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Lo sviluppo che c'è

Il mercato italiano delle idee e delle innovazioni

di Davide Giacalone - 15 dicembre 2011

Immaginare che la colonna sonora dei nostri giorni sia eseguibile al solo flauto è un’idea del piffero. Ma credere che si debba marciare al ritmo del de profundis è un imbroglio mortifero. L’ottimismo di maniera è un atteggiamento beota, non per questo è intelligente il pessimismo, che ha la sola funzione di azzoppare i nostri punti di forza e fare un regalo ai concorrenti. L’Italia ha problemi grossi, specie nella sua proiezione pubblica, ma anche valori e capacità che sarebbe colpevole dimenticare. A questi vanno dedicate le reclamate misure per lo sviluppo.

Nei primi otto mesi di quest’anno (non certo uno dei migliori) le esportazioni verso aree extraeuropee sono cresciute del 16,5%. Nel primo semestre siamo stati i migliori d’Europa, battendo la Germania (16,2 contro 14,7). Non lo si dimentichi, anche perché aiuta a capire parte di quel che succede. Se guardiamo dentro questi dati, disaggregandoli per settori produttivi, al primo posto troviamo quello dell’automazione, meccanica, gomma e plastica, al secondo l’abbigliamento e la moda. Se li disaggreghiamo per distretti industriali e aree geografiche troviamo al primo posto il nord-est e al secondo il centro. Sud e isole realizzano un risultato negativo. Ma se incrociamo la disaggregazione per settore con quella per distretti troviamo al primo posto ancora il nord-est, con un più 25,5 di automazione e meccanica, e al secondo il sud e le isole, con l’hi tech.

Sintetizzando: l’Italia delle macchine e dell’innovazione va alla grande, facendo mangiare la polvere ai concorrenti. In questo vitale tessuto connettivo le grandi aziende sono poche, mentre le cellule più attive sono quelle della piccola e media impresa. Prima o poi dovremo imparare a raccontare in modo diverso il nostro mercato delle idee e dell’innovazione: non è vero che s’investe pochissimo nella ricerca e sviluppo (posto che non è mai abbastanza), ma lo si fa spesso laddove non si contabilizza, dove l’imprenditore, il lavoratore e l’innovatore sono le stesse persone. E dopo esserci raccontati la verità su noi stessi, dovremo fare due cose: a. imparare a farla valere nel mondo; b. imparare a non ammazzarla in casa. Secondo gli ultimi dati di Unicredit, relativi al 2010, solo il 6,4% delle piccole e medie imprese riesce ad operare all’estero.

Le piccole dimensioni non aiutano, specie quando i mercati diventano grandi e richiedono competenze specifiche. L’imprenditore con la valigetta, disposto a girare il mondo con due camicie, è una figura leggendaria, oggi destinata al frequente massacro. Perché questa ricchezza non vada dispersa, o, peggio, ceduta a prezzi stracciati, occorre che si offra uno strumento agile di assistenza all’internazionalizzazione, che non si sostituisca all’imprenditore, ma che lo aiuti a trovare i contatti e a muoversi in un quadro rassicurante. Tutto qui, e non è poco. Ad un mese dalla fine dell’ultima missione di “Italia degli Innovatori”, in Cina, si raccolgono i risultati, e sono lusinghieri. Il rapporto fra il costo e i benefici straordinario.

E’ vero che il costume italico naviga fra l’esaltazione maniacale e la depressione clinica, sicché le storie di successo non si raccontano mai, ma questo è un buon esempio, che dovrebbe essere seguito. Attenti, poi, a quel che facciamo in casa: l’innovazione resterà un sogno, però, se anziché sostenere le aziende le asfissiamo con la mancanza di credito. Le spingeremo non ad espandere il prodotto, ma a vendere il brevetto, impoverendoci tutti. Guai se, per ragioni fiscali e di diritto del lavoro, le incentiveremo a restare piccole, perché la loro legittima aspirazioni deve essere quella di crescere, in Italia e nel mondo.

Il tempo dei finanziamenti a pioggia è finito, per nostra fortuna, sebbene nella sfortuna. Ma corriamo all’avvento dello sviluppo, aprendo le porte al tempo della crescita, il che non comporta costi (semmai il contrario), ma richiede l’abbattimento di antichi tabù e il proclamare ad alta voce che crescere è bello, arricchirsi anche, affermarsi nel mondo ancora di più. Queste sono le cose che vorremmo leggere in decreti che puntino a rendere sostenibile il debito pubblico usando lo sviluppo, anziché solo tassando e togliendo.

L’Italia ha una potenza enorme, che i nostri concorrenti conoscono meglio di noi, subendone le conseguenze. Ha anche una micidiale capacità d’impantanarsi nella conservazione. L’Italia che corre c’è. Batta un colpo la politica che arranca.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario