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Il discorso del presidente del Consiglio

Lo stallo

Ora deve prendere corpo l’iniziativa di riforma istituzionale, che poi vuol dire costituzionale

di Davide Giacalone - 30 settembre 2010

Il discorso del presidente del Consiglio ruota tutto attorno a due perni, che solo i politicamente incapaci possono sottovalutare: la non contrapposizione fra governo e Parlamento e il suo rivolgersi finale, decisivo, a “tutto il Parlamento”. Silvio Berlusconi ha parlato a quella maggioranza occulta, composta di moderati e riformisti, siano essi elettori o eletti, di cui scrivevamo ieri. Ora, però, si tratta di adottare condotte e scelte istituzionalmente coerenti e conseguenti.

Il governo continua il suo cammino, non per questo rafforzato e più coeso (o meno diviso), il tempo che ha davanti è difficile coincida con quello naturale della legislatura, tanto più che ieri è nato un partito nuovo, senza il quale la maggioranza non esiste. Sarebbe già molto, comunque le cose vadano, se gli schieramenti fossero piegati alla necessità di confrontarsi, tutti, con temi reali e proposte effettive.

In molti hanno osservato, nel dibattito e nei commenti, che l’ispirazione e le promesse sono le stesse di sedici anni fa. Sarebbe, per la verità, singolare il contrario. Il problema non consiste nelle parole, ma nel bilancio: magro. La ragione di tale insuccesso non è ascrivibile solo alla natura dei diversi governi, di centro destra o di centro sinistra, ma al fatto che il sistema politico non ha più trovato, dalla fine della prima Repubblica ad oggi, un suo baricentro operativo. La nostalgia non è solo inutile, ma anche sbagliata.

Non per questo è saggio continuare con l’andazzo che ha massacrato un governo dopo l’altro, creando una condizione del tutto anomala, per qualsiasi democrazia: chi governa, dal 1994 al 2008, non ha mai vinto le elezioni. Questo, almeno fin qui, il poco esaltante consuntivo. Pier Luigi Bersani ha interpretato il ruolo di capo dell’opposizione concedendo un po’ troppo al tono e alla sostanza di un comizio.

Il suo intervento, però, ha avuto un epilogo assai interessante, conducendolo ad ammettere che se è da condannare la politica del governo non per questo è da promuovere quella dell’opposizione. “Anche noi”, ha detto, “abbiamo bisogno di un progetto nuovo”. Verissimo. Finché se ne staranno fermi all’antiberlusconismo non riusciranno a darselo. Sono quindici anni, ha detto Bersani, che il “teatrino della politica” ruota tutto attorno a Berlusconi. Verissimo.

Ma questa è una colpa dell’opposizione, della sua incapacità d’essere reale alternativa. Neanche nel linguaggio, visto che non riesce ad affrancarsi neppure dalle immagini e dagli slogan di Berlusconi. Un discorso come quello di Bersani manda in visibilio i propri sostenitori, ma non parla agli altri italiani. Riproduce il vecchio, non propizia il nuovo.

La scelta di portare il dibattito in Parlamento, rivolgendosi all’intero emiciclo e ponendo una fiducia non tecnica, non destinata a troncare il dibattito e far passare un provvedimento specifico, è costituzionalmente corretta e politicamente saggia. Un primo effetto lo si è visto subito: sul tema giustizia si sono accese polemiche furibonde all’interno della maggioranza, ma una volta fissati i punti più importanti dell’azione, dalla separazione delle carriere al conseguente sdoppiamento del Csm, i vecchi compagni d’arme si son ritrovati sullo stesso fronte.

Magia? No, ipocrisia. Ma utile, perché porta le contraddizioni e le incoerenze davanti agli occhi di chi segue il dibattito politico e ne trasmette il clima al resto dell’opinione pubblica.

Berlusconi ha parlato come capo di un governo che nasce dal Parlamento e nel Parlamento vive (o cade). Ora sia conseguente, portando le Aule al dibattito sulle grandi questioni, comprese nei cinque punti da lui illustrati e anche ulteriori. Così facendo aiuterà lo stesso Bersani a trovare la via di quel “progetto” che, al momento, ha la stessa consistenza delle promesse governative. Scarsa.

Ed è nelle Aule che deve prendere corpo l’iniziativa di riforma istituzionale, che poi vuol dire costituzionale. Questa non è materia strettamente governativa, ma è di tutta evidenza che senza quelle riforme il motore della politica continuerà a girare a vuoto, indebolendo la propria credibilità e il Paese tutto.

Detto ciò, resta il fatto che se anche ci si rivolge alla maggioranza occulta poi, alla conta dei voti, pesano le altre due: quella nata con le scorse elezioni e quella apportata da qualche trasloco. L’aritmetica restituisce somme che portano alla fiducia, ma la geometria politica, sottolineata dalle quattro mozioni che recano lo stesso testo, evidenziando l’incompatibilità personale, suggerisce l’approssimarsi del capolinea. Si può scendere o restare seduti a bordo, non sperare che si vada da qualche parte.

E’ difficile che, in queste condizioni, gli eletti moderati e riformisti ritrovino subito un linguaggio comune. Stiano attenti a non provocare il più pericoloso dei disastri: indurre i loro elettori, oggi divisi e mal rappresentati, a restarsene a casa, lasciando più spazi a elettori ed eletti espressione delle tifoserie ringhianti e non ragionanti.

Forse il bisogno di rivolgersi all’intero Parlamento poteva essere avvertito prima, forse il tema delle riforme istituzionali andava posto all’inizio e non al sussulto semifinale della legislatura. Noi lo abbiamo scritto e riscritto, ma questo conta poco e nulla. Ora serve che, da subito, ci si mostri conseguenti. Per dare un contenuto al proseguire, o per dare un significato allo sbaraccare.

Pubblicato da Libero

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