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Public Policy

Basterà il Mario Monti- simbolo a cambiare un’epoca?

Lo spread della serietà

C’è svolta e svolta: adesso comincia un’altra storia

di Elio Di Caprio - 21 novembre 2011

Se negli anni ’90 fosse stata vigente l’attuale legge elettorale con l’indicazione di chi avremmo voluto come Capo del Governo dopo Tangentopoli ci sarebbe stato un plebiscito a favore di Antonio di Pietro, l’uomo simbolo del cambiamento di allora, il magistrato che aveva dato inizio alla slavina anticorruzione alimentando le speranze di una svolta che avrebbe fatto giustizia di un sistema incancrenito e ormai bruciato dalla corruzione diffusa. L’ “uomo nuovo” fu persino invitato dalle più prestigiose università americane a spiegare, certo a modo suo, la svolta italiana e ad annunciare la buona novella, accolto con tutti gli onori dagli ambienti che contano curiosi sul personaggio emergente che poteva rappresentare un’Italia moderna ed onesta. Dopo quasi 20 anni Mario Monti sembra sia lui diventato la nuova figura- simbolo. Ma non dimentichiamo le illusioni e le delusioni di allora, la prosa e la realtà che è durata fino ai giorni scorsi, prima una classe dirigente di derivazione Publitalia già bell’e pronta ad occupare il vuoto a scorno dei maggiori partiti “storici” e poi la cooptazione di tanti “nani e ballerine” che hanno fatto rimpiangere i meccanismi di ricambio precedenti. Bisognava allora mettersi al passo con la realtà. La realtà dell’emergente Berlusconi, di fatto già emerso in sordina e arricchitosi negli infiniti giochi di sottogoverno della Prima Repubblica grazie al favore interessato dei circoli di potere appaltati a socialisti e democristiani e la realtà di un magistrato come Di Pietro pronto a mettere a profitto la sua esperienza ed immagine per trovare un nuovo spazio da capopopolo nella confusa “Seconda Repubblica” che andava delineandosi.

Nessuno avrebbe allora immaginato che un tycoon prestato alla politica come il Cavaliere riuscisse invece ad essere più bravo dei politici di professione tanto da incatenarli al suo carro propagandistico, fosse al governo o all’opposizione, in grado di sfruttare le debolezze del sistema precedente dove una sinistra faziosa e divisa ha sempre stentato a distanziarsi dai riflessi condizionati della lunga opposizione esercitata in circostanze profondamente diverse. E’ anche da tali precedenti che sono derivati la crisi della sinistra “riformista” e il vuoto a sinistra occupato negli ultimi anni di questa legislatura dalla formazione di Di Pietro pronto a cavalcare qualsiasi protesta anti Berlusconi fino ad accogliere nelle sue file tutto ciò che potesse servire allo scopo, persino un personaggio indicibile come Domenico Scilipoti assurto a emblema ultimo delle responsabilità diffuse di un decadimento complessivo non addebitabile evidentemente alla sola figura del Cavaliere.

Passerà Scilipoti- almeno ce lo auguriamo se sarà approvata una nuova legge elettorale a seguito del referendum patrocinato dallo stesso Di Pietro- sta passando a fatica più che Berlusconi il “format” berlusconiano prima favorito da un clima economico apparentemente di “vacche grasse”, passerà probabilmente anche Di Pietro, il leader protestatario per come l’abbiamo conosciuto, a meno che non riesca a trasformare la sua immagine in un periodo che difficilmente offrirà il fianco alle polemiche pretestuose e da cortile che hanno caratterizzato il periodo da cui stiamo uscendo. Mario Monti ha segnalato una svolta più importante di quella del Di Pietro del ’93 anche se non avrà o non gli daranno il tempo di inaugurare un “format” di convivenza civile adatto ai tempi cambiati, ma già la sua presenza e le circostanze che hanno portato alla sua nomina testimoniano una rottura d’immagine con l’epoca precedente. Se non altro, ad esempio, Antonio Di Pietro non dovrà più prendersela con nessun “stupratore della democrazia”, dovrà trattare in maniera più argomentata e “moderata” le sue immancabili perplessità sul nuovo corso e dovrà trovare altri temi protestatari se vorrà opporsi all’ accoppiata Monti – Napolitano. Almeno questo è il risultato più visibile- e non è poco- degli ultimi avvenimenti, dagli spreads impazziti al commissariamento a cascata messo in moto dall’Europa che ha fatto emergere il commissario finale- solo qualche tempo fa si sarebbe detto l’utilizzatore finale- nella persona di Mario Monti. Lo spread della serietà rispetto al teatrino di ieri ha cominciato a fare capolino nelle pieghe delle nostre vicende politiche attuali ed è già qualcosa.

Finora l’Italia è sempre ricorsa a un “vincolo esterno” per risolvere i suoi guai altrimenti irrisolvibili per le tante faide interne che ci immobilizzano da qualche decennio e si è legata volontariamente alle costrizioni del Trattato di Maastricht pur non avendo le carte in regola per aderire al trattato comunitario. Adesso in extremis, quando si tratta della sopravvivenza della nostra economia che può essere sommersa al pari delle altre dall’economia di carta, il vincolo ce lo siamo creato e posto da noi stessi con la figura di Mario Monti su cui si sono scaricate persino eccessive aspettative nonostante il ping pong già in atto tra la fiducia obbligata di forze parlamentari eterogenee e la fiducia che lo stesso Esecutivo potrà riscuotere al di là dei partiti o contro i partiti.

Ma l’uomo simbolo Monti è ben diverso dall’uomo-simbolo Di Pietro, il nuovo Presidente del Consiglio non potrà mai trasformarsi in un capo-popolo alla Di Pietro se non altro per le responsabilità che gli sono state affidate. Se fallisce lui, fallisce l’Italia, come proclama Gianfranco Fini? Nessuno ancora lo sa, ma la sua stessa presenza emergenziale, anche se durerà meno del previsto, segnala che è già fallito il sistema precedente della Seconda Repubblica e l’ex magistrato Di Pietro non potrà più vivere di rendita sui temi dell’antiberlusconismo. Si volta pagina, l’Europa e la nostra presenza dignitosa in Europa sono diventate improvvisamente più importanti di Di Pietro e di Berlusconi. Ma manca ancora la presa d’atto che dopo o accanto all’emergenza economica i problemi rimangono gli stessi ed è sempre più necessario ricostruire su solide basi un sistema di governo che vada oltre i fuochi d’artificio e gli inganni della propaganda a cui siamo stati indotti per troppi anni. Se così non fosse, se non riusciamo a costruire o a ricostruire uno Stato che funzioni, per quante altre volte ancora avremo bisogno di un commissario interno o di un podestà esterno per risolvere le nostre difficoltà?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario