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Public Policy

I partiti politici? Un ricettacolo di insidie

Lo spettro dell’antipolitica

Se vogliamo veramente voltare pagina, impariamo a ricominciare senza troppi sofismi

di Davide Giacalone - 01 giugno 2007

Tutti dicono d’essere avversari dell’antipolitica, ma i due poli ne sono intrisi. Si dice “antipolitica” per intendere lo sfruttamento qualunquista dei disagi, l’addebitare alla politica ogni male, facendo salve le responsabilità di tutti gli altri. Brutta cosa, ma se dura così a lungo, se non si riesce a ridurne il peso ed il fascino, è perché con quella s’esprime un politicissimo sentimento di protezione di vasti e diffusi privilegi. Ci sono intere categorie d’italiani che sanno benissimo di non potere continuare a proteggersi dal mercato e dalla ragionevolezza, ma non vedono in nome di cosa dovrebbero rinunciare a quel che hanno, quindi dicono: “prima gli altri”. E gli “altri” fanno lo stesso. La politica, del resto, è colpevole perché incapace di presentare un’idea coerente di convivenza, risanamento e sviluppo, e s’arrabatta a rappresentare tutti, antipolitica compresa.

Cos’era, se non antipolitica, la campagna masochistico demenziale secondo la quale gli italiani non arrivavano in massa alla fine del mese? Cos’è stato il Prodi che giunto al governo non ha puntato il dito sull’altissimo e vecchissimo debito pubblico, che era lì anche quando governò le prime volte (plurale, perché fu anche ministro), il cui peso schiaccia lo sviluppo e toglie il respiro ai giovani, ma preferì gridare contro un buco dei conti che non solo non c’era, ma c’era un surplus d’entrate fiscali? Cos’è la propaganda che racconta i problemi non come tali, proponendo soluzioni, ma solo quali prodotti dell’odiato avversario? Questa è antipolitica. Che poi il mostro faccia paura solo quando ti spalanca le fauci davanti al naso, è segno che neanche si è capaci di valutare quali fantasmi si evocano. Prodi ha vinto il conteggio elettorale, ma non le elezioni. Lo sostenemmo fin dal primo giorno, documentando la tesi. Ma lui volle cogliere l’opportunità formale della corona anche se era inesistente il trono. In quell’atto d’arroganza era iscritta la fine. Che non giungerà, ma è già passata ed i toni stizzosi delle interviste latranti, rilasciate sia da Prodi che da Bazoli, lo certificano. Guardate lo spettacolo grottesco del partito democratico: in un sistema maggioritario è ovvio che il capo del governo è anche il capo del partito, ed il capo dell’opposizione è il candidato a governare, è così ovunque, ma da noi si discute come se fossimo ancora alla democrazia cristiana di De Mita, ove bruciava la concentrazione di potere nelle mani di uno solo. Quello, però, era un sistema proporzionale, la cosa aveva un senso. Oggi no. Dunque Prodi è il capo? Ma neanche per idea, perché i suoi già non lo vogliono più al governo, figuriamoci se vogliono riciucciarselo al partito. Che, del resto, non è solo privo di leader, ma anche d’identità e storia. L’unica che resiste, quella del fu partito comunista, provoca vergogna anche fra i compagnucci.

Votiamo, dicono dall’altra parte, e facciamola finita. Giusto. Ma il problema non è come finirla, bensì come ricominciarla. Votiamo e che cosa rifacciamo, la coalizione di centro destra che per due anni è andata avanti con la verifica, che ha animato cinque anni di scontro con la magistratura politicizzata per poi ritrovarsi con la giustizia di prima e Previti agli arresti? Procedano, e l’antipolitica che oggi soffia nelle loro vele domani bucherà la loro chiglia, e si farà a gara su chi produce più spesa pubblica. No, noi tutti siamo al punto in cui o ci si accontenta di comparse che accompagnino il declino trasformandolo in decadenza, oppure si fa un vero sforzo fondativo, mettendo le basi dell’Italia di domani. Può avvenire in due modi. O sospendendo il gioco del bipolarismo smandrappato e multicromatico, facendo oggi quel che Prodi impedì allora, ovvero un governo di larghe intese che abbia il coraggio di scelte serie sia sul fronte del debito che della deficienza istituzionale, inevitabilmente spaccando tutte e due le coalizioni e ponendo sulle spalle dei partiti più forti il peso delle riforme. Oppure portando politica vera, idee, proposte (come ci sforziamo di fare ogni giorno) che sappiano far coincidere la capacità di raccolta dei voti con il senso di responsabilità e la competenza necessari a cambiare l’Italia. Al primo credo poco, e semmai temo che si faccia l’inciucio senza riforme, magari solo per dribblare i referendum (a proposito: litigano su tutto, ma su questi tacciono, il che non è privo di significato). Nel secondo spero, anche perché al terzo è meglio non pensare.

Pubblicato su Libero di venerdì 1

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario