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Attenzione a non darsi la zappa ai piedi

Lo spauracchio della nazionalizzazione

Vediamo nella crisi un’occasione per cambiare e per dar spazio alla competitività

di Davide Giacalone - 25 febbraio 2009

In Europa, ed anche da noi, si parla di nazionalizzazione delle banche come se fosse una soluzione, e non una tragedia. E’ vero che una crisi del credito porta con sé il crollo dell’economia, ed è quindi giusto intervenire, ma se salvando le banche si salva il sistema relazionale e di potere del recente passato, con i suoi mostruosi conflitti d’interesse, si finisce con il darsi la zappa sui piedi.

Gli approcci ideologici sono sempre sbagliati, sia che pendano dal lato socialista, con l’idea che i soldi pubblici sono sempre più equi e solidali di quelli privati, sia che si spertichino da quella liberista, con la fisima che il soldo pubblico è sempre deviante e corrotto. Sarebbe come dividere gli automobilisti in seguaci del freno e passionari dell’acceleratore, con il risultato che i primi stanno fermi ed i secondi si schiantano. Il fatto è che se gli stati prendono le banche ottengono due effetti negativi: accrescono il debito pubblico, che nel caso italiano è già patologico, e drenano risparmio sia per onorarlo che gestendo la banca. La spesa sarà sempre più statale, e non sta scritto da nessuna parte che gli azionisti pubblici saranno migliori dei privati.

Il cielo ci salvi da una maxi Cassa per il Mezzogiorno. Neanche è detto che i soldi messi nelle banche finiscano al mercato, perché se non si cambiano i dirigenti questi ultimi tenderanno a salvare se stessi, prestando soldi più a chi non sa restituirli, minacciando la solidità della banca e svelando la poca saggezza di chi li concesse, che a chi li mette a produrre. Un premio ai peggiori, insomma, ed a spese della collettività.

Il mondo è cresciuto alla grande, per molti anni, con un ottimismo che ha rasentato l’incoscienza. Chi è cresciuto poco, come noi, deve prendersela con se stesso e con le proprie regole. Ora è in corso una recessione vistosa, che porta ad un pessimismo sconfinante nell’isteria.

Calma, la crisi è effettivamente un’occasione per cambiare quel che non andava, rifacendo spazio alla competitività (economica, culturale e civile). Il guaio è che molti s’affannano a salvare il passato, con particolare riferimento a quel che era guasto. Così facendo si lenisce il sintomo e s’aggrava la malattia. La fiducia non torna con gli assalti alla diligenza pubblica, senza neanche cambiar banditi.

Pubblicato su Libero di mercoledì 25 febbraio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario