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Il rimpatrio dei capitali investiti

Lo scudo fiscale ter

È il momento di operare in una logica di convergenza politica

di Angelo De Mattia - 13 maggio 2009

In queste ultime settimane, anche a seguito della posizione assunta dal G20 sui paradisi fiscali, si è vagamente prospettata, da parte del Tesoro, l’eventualità di introdurre lo scudo fiscale ter per il rimpatrio - in forma anonima e previo l’assolvimento di una imposta - dei capitali investiti nei centri offshore. Ma ciò è avvenuto in forma criptica, sotto il titolo della lotta all’elusione e all’evasione fiscali a livello internazionale.

L’argomento è stato affrontato in connessione con la discussione sullo stanziamento dei fondi per la ricostruzione post-terremoto in Abruzzo e “pour cause”, cioè per la presumibile consapevolezza dell’insufficienza delle risorse disponibili a fronte delle diverse occorrenze – oltre a quelle destinate all’emergenza per 1,5 miliardi – nel quadro del previsto impegno complessivo (8 miliardi, di cui 6,5 da scaglionare in cinque anni).

Lo scudo (per i detentori di capitali) diventa una sorta di paracadute per il Governo. Nel frattempo, non è stata assunta alcuna decisione operativa con la motivazione che gli indirizzi sui paradisi fiscali devono essere coordinati a livello europeo. Ma tutto ciò testimonia l’ancora insufficiente sicurezza sulla disponibilità delle risorse occorrenti, che si farebbe dipendere, in ultima analisi, da somme che dovrebbero rientrare e che potrebbero anche deludere aspettative ottimistiche.

Dunque, non è tanto il problema in sé dello scudo, quanto ciò che la formula adottata sottende, al di là delle posizioni espresse; una formula che pure dovrebbe presupporre un deciso innalzamento delle sanzioni sugli investimenti nei centri in questione e che ricorda certe grottesche espressioni usate dalla Rai negli anni ’50 per non menzionare con il proprio nome fatti allora ritenuti scabrosi.

La eventualità dell’insufficienza delle risorse preventivate è stata più volte segnalata da Mf-Milano Finanza. Il Tesoro, tuttavia, ha espressamente negato che ciò fosse vero, senza però contestare che per le misure della ricostruzione si pensa di agire anche prelevando risorse da specifici fondi già stanziati (innanzitutto, dal Fas).

Del resto, le smentite sono coerenti con la linea sinora seguita che ha collocato al primo punto dell’azione di politica economica e di finanza pubblica la messa in sicurezza dei conti dello Stato e su tale assoluta priorità ha costruito una certa filosofia, che muove dal bilancio pubblico e giunge alla tutela del risparmio.

A questa linea è stata sacrificata anche la possibilità di una manovra anticrisi per un maggiore impulso all’economia, quantomeno per destinarvi fondi, in relazione al pil, non molto discosti da quelli deliberati da diversi altri Paesi europei, naturalmente senza dimenticare il livello del debito pubblico italiano, ma compensando i necessari interventi per l’espansione con il riavvio delle riforme strutturali.

Ora, però, alla configurazione non del tutto esauriente degli “stanziamenti” per la ricostruzione si aggiungono i dati sul gettito tributario del primo trimestre 2009 che risultano del tutto insoddisfacenti: un calo del 4,6 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2008, 4 miliardi in meno in cifra assoluta, con una forte riduzione del gettito dell’Iva, del 10,6 per cento, 2,4 miliardi in meno rispetto al primo trimestre del 2008, mentre la produzione industriale a marzo segna una caduta del 23,8 per cento, il dato peggiore dal 1991. La spiegazione del calo dell’Iva viene individuata, dalle fonti del Tesoro, in un riflesso del contesto economico attuale.

Certamente, non bisogna dimenticare che siamo arrivati a maggio e che previsori ed enti di ricerca concordano sulla situazione, nel frattempo intervenuta, di rallentamento del peggioramento economico, a livello internazionale, fino a prospettare, da ultimo con Trichet, il conseguito ritorno alla fase pre-Lehman (anche se non esaltante) e la possibilità di una svolta vicina nel ciclo. Tuttavia, proprio in nome dell’obiettivo rigoristico assunto con la messa in sicurezza dei conti pubblici, sarebbe assai azzardato restare immobili, gloriandosi eventualmente che il peggio è ormai alle spalle e che, per ora, non occorra alcun aggiustamento nella politica economica e dei conti pubblici, sicuri che stia per passare “’a nuttata”.

Bisognerebbe, invece, anche alla luce delle stime della caduta del pil nel 2009, meno 4,2 per cento – frutto della revisione al ribasso dopo che per un pelo sono mancati i cachinni nei confronti dei previsori che nei mesi scorsi formulavano stime ben oltre quelle del Tesoro risultate errate – che si verificasse a fondo la situazione dei conti, considerata in particolare la riduzione del gettito, e si assumessero le iniziative conseguenti, innanzitutto in materia di trasparenza e informativa ai cittadini e ai mercati, ai quali ci si deve rivolgere con una comunicazione chiara, non alla Don Abbondio con il diritto canonico; e, poi, che si assumessero le eventuali iniziative correttive.

Sarebbe grave se iniziasse un tormentone sulla mancanza o no delle risorse o sull’adeguatezza o no delle misure sinora varate. Basta e avanza l’esperienza delle stime economiche e delle critiche nei confronti di chi gioca con le previsioni econometriche o con gli esercizi congetturali.

Sarebbe anche il momento di operare in una logica di convergenza politica, essendo in questione il bilancio dello Stato, l’azione di contrasto della crisi e il rilancio dell’economia. Ma il periodo elettorale potrà mai consentirlo? Eppure sarebbe significativo separare la visione dell’Europa e di ciò che essa può e deve fare nel campo economico, sociale, istituzionale, etc. – oggetto della competizione elettorale - da iniziative fondamentali di politica interna che rispondono agli interessi di tutti.

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