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Parmalat: bisogna pensarci prima

ll vero peso di latte e merendine

Per quale ragione dovremmo difendere l'italianità dell'azienda?

di Enrico Cisnetto - 31 marzo 2011

Un terzo di cura dell’italianità, un terzo di braccio di ferro con la Francia (con annessa ritorsione sulla Libia), un terzo di difesa della società da un potenziale (e per ora solo presunto) Dracula di liquidità. Questo il cocktail di motivazioni che hanno spinto il governo italiano, su pressione del ministro Tremonti, a scendere in campo per evitare che la Parmalat finisca nelle mani della Lactalis, nonostante che il gigante francese dei formaggi abbia già raggiunto 29% del capitale dell’ex azienda di Calisto Tanzi.

“Parmalat non va ai francesi, resta qui”, ha sintetizzato in modo rude ma chiaro Umberto Bossi. Ma le cose stanno davvero così? Basta aver allungato i tempi di convocazione dell’assemblea degli azionisti per costruire una cordata italiana alternativa che metta fuori gioco Lactalis senza svenarsi con un’opa totalitaria che superato il 30% del capitale diventa obbligatoria? Stando al lavoro senza sosta degli studi legali impegnati sul dossier, le sicurezze del Senatur appaiono meno evidenti. Intanto perché finora Intesa, che agisce da “banca di sistema” in sintonia con Tremonti, ha trovato soltanto un interlocutore, la Ferrero, disposto a valutare se vestire i panni del “cavaliere bianco” e scommettere, con un esborso importante, sul settore finora inesplorato del latte. E se alla fine il vecchio patron Michele Ferrero dice no, come è successo quando i suoi due figli volevano comprare il colosso inglese del cioccolato Cadbury (poi andato alla Kraft)?

In tutti i casi, ci si chiede se latte e merendine siano davvero strategici da meritare una difesa così impegnativa. Certo, l’alimentare per noi è importante, ma è difficile sostenere che si possa equiparare a settori vitali come il militare, le telecomunicazioni, l’energia, la finanza. Piuttosto, Parmalat merita attenzione perché è una delle poche grandi aziende che siano rimaste nel nostro capitalismo popolato di nani. Ma se questo è un buon motivo per difenderla – e non dai francesi “cattivi”, ma da chiunque – allora bisognava pensarci prima. Era il dicembre 2003 quando Tanzi veniva arrestato e si apriva la crisi dell’azienda di Collecchio, ed è da anni che Enrico Bondi ha finito il suo lavoro di commissario risanatore creando una cassa che era logico facesse gola a molti: allora perché il governo ha aspettato di essere messo con le spalle al muro da una scalata per invocare una cordata nazionale? Infine una parola sui francesi: occhio a non aprire una guerra dalla quale possiamo solo uscire con le ossa rotte.

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