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Crisi globale, mezzo gaudio?

L'Italia vaso di coccio in Europa

L'inutile palleggio delle responsabilità tra tecnocrati e politici

di Elio Di Caprio - 14 dicembre 2011

Crisi globale, mezzo gaudio? Si salva chi può o qualcuno si salva più degli altri? Viene in mente lo stupore (ingenuo?) della regina Elisabetta quando all’indomani del crack della Lehman domandò al governo inglese come mai nessuno si era accorto e l’aveva avvertita del disastro finanziario incombente. Dopo tre anni neppure i principali economisti riescono a raccapezzarsi su come governare una crisi che sembra ingovernabile a fronte di una finanza internazionale spezza-popoli o spazza-popoli che o non ha una strategia propria oppure sembra averla troppo chiara quando si accanisce sull’Europa facendo o tentando di far cadere tutti i birilli ancora in piedi, dalla Spagna, all’Irlanda, alla Grecia, all’Italia per finire al continente europeo tutto intero.

E poi? Almeno negli anni ‘90 si poteva agevolmente imputare l’attacco alla lira e poi alla sterlina al finanziere-filantropo George Soros – lo fece apertamente l’ex premier Giuliano Amato- ma ora con chi prendersela per l’attacco all’euro che sembra una battaglia se non una guerra finanziaria? Si dice che manca la politica, deve tornare la sentinella della politica ( ma quale, quella nazionale o quella internazionale, o quanto meno europea?) l’unica capace di regolare o sconfiggere i poteri forti dell’economia finanziaria internazionale e intanto prima che torni la politica sono le tecnocrazie nazionali a intervenire per tentare di porre un argine alle crisi dei singoli Paesi. E’ quello che è successo prima in Grecia e poi in Italia dove Mario Monti non sa neppure lui se i suoi provvedimenti lacrime e sangue siano sufficienti a tamponare le falle da voragine ancora in corso ma, cosa ancor più singolare, nel suo compito trova l’appoggio aperto di quasi tutte le forze politiche ( meglio dire partitiche) che poi curiosamente restano con il fucile puntato verso il “proprio” governo a riprova ulteriore della loro inconsistenza in questo particolare frangente storico.

Intanto bisogna riconoscere che già l’atmosfera è cambiata, è come se ci stessimo allenando ai sacrifici in vista di ulteriori manovre aggiuntive richieste dai mercati ( chi?) o dall’Europa. In fondo il richiamo brusco alla realtà almeno a questo è servito. Del resto, a guardar bene – l’inganno è stato rivelato dagli spread- negli ultimi tre anni siamo passati da un commissario all’altro: cos’altro era Giulio Tremonti se non un commissario ai conti pubblici che conosceva solo lui e di cui dovevamo tutti fidarci a scatola chiusa, compresi il governo e Silvio Berlusconi? La vera differenza è che il nuovo commissario, Mario Monti, agisce in prima persona congiuntamente come Presidente del Consiglio e Ministro dell’economia. Anche se volesse non potrebbe nascondere la gravità della situazione e non ci rimane perciò che fidarci di lui, porci nelle sue mani facendo finta di credere al nuovo mantra che sia possibile sostenere insieme rigore, sviluppo ed equità.

Ma se dobbiamo ringraziare Giorgio Napolitano per il suo decisionismo che ha costretto Silvio Berlusconi alle dimissioni lo stesso ringraziamento non possiamo tributare alla lungimiranza di altri politici o tecnocrati per aver condotto un’Italia impreparata senza paracadute all’avventura dell’euro. Nessun indignato allora protestò per un cambio formale lira-euro imposto e bellamente stravolto da un giorno all’altro con una diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e dei pensionati ben più drammatico di quello che ora si prospetta a seguito dei provvedimenti “necessitati” del governo Monti. E’ questa un’amara verità che va dall’inspiegabile passività di ogni forza politica di allora, all’aumento della disuguaglianza sociale (assieme all’evasione fiscale che si dice quintuplicata in venti anni) che ne è conseguita, alla catastrofe dei precari a mille euro al mese con una moneta ridotta enormemente nel suo potere d’acquisto. Forse avremmo avuto bisogno di un commissario governativo ben prima e ora non ci rimane che pretendere ( o temere?) che un governo cosiddetto dei tecnici sia così bravo e neutrale da risolvere tutti in una volta i problemi pendenti da anni a neppure 20 giorni dal suo insediamento.

Non c’è qualcosa di profondamente incongruo nell’aver accettato di vivere al di sopra delle possibilità per decenni e poi improvvisamente correre ( o tentare di correre) ai ripari sotto la spinta di una frusta esterna e commissariale? E’ tutta colpa dei mercati, anche la nostra evasione fiscale che certo non può creare fiducia nelle nostre capacità di risanamento? Ci sono sacrifici e sacrifici e tutti i popoli li fanno per uno scopo ben definito. I tedeschi ad esempio, quegli stessi che non vogliono sobbarcarsi i costi dei debiti sovrani degli Stati del sud Europa per non fare la fine, come dicono, dell’Italia del nord che da cento anni ancora sussidia il Sud, i loro sacrifici da riunificazione li hanno fatti, ma poi sono riusciti a diventare in pochi anni la potenza trainante dell’Europa. A noi invece vengono richiesti sacrifici supplementari dopo averci illuso che l’ambita moneta unica avrebbe alleviato la divaricazione da spread con gli altri paesi europei più forti.

Tutto in nome dell’Europa, ma la realtà incontrovertibile è che l’Europa senza Stato, quella che Jaques Delors già definiva venti anni fa un “oggetto politico non identificato”, nata per imbrigliare la Germania si è fatta imbrigliare dai tedeschi, assiste impotente alla prima diaspora di Londra e rischia la frantumazione finale senza avere neppure il tempo di mettere mano ad un piano B che le consenta un percorso diverso a due o a tre velocità. Neppure Mario Monti è in grado di rassicurarci – e come potrebbe?- sulla possibile implosione dell’Europa finanziaria, ma già il fatto che ogni Nazione vada per conto proprio a proteggere i suoi interessi specifici, ultima la Gran Bretagna, dimostra che l’Europa politica così come l’avevamo immaginata, non c’è più.

E l’Italia come vaso di coccio cosa potrà mai fare per ricostruirla su nuove basi che non saranno più nemmeno formalmente paritetiche come quelle di una volta? Che contributo potrà mai il nostro Paese alla salvezza dell’Europa obbligato com’è ad un continuo gioco di rimessa per rifinanziare a scadenza il suo debito pubblico? E’ questo l’interrogativo più importante per il nostro avvenire al di là del solito giochetto interno del palleggio delle responsabilità ancora in corso tra politici e tecnocrati nella gara a chi è (o sarebbe) più equo nel distribuire i sacrifici sui cittadini già abbondantemente tartassati.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario