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Guerra fra spie

L'Italia spiona si lamenta di essere spiata

Telefono, carte di credito, fisco, pc: non c'è nulla che facciamo che non sia tracciato

di Davide Giacalone - 04 luglio 2013

In attesa che il presidente Obama fornisca i chiarimenti promessi sarà bene chiarirsi: noi italiani abbiamo interesse a stare dalla parte degli amici Usa, a non accettare che i tedeschi provino a ostacolare l’accordo di libero scambio e anche a che la politica imperiale tedesca, condotta con le armi dell’economia, trovi da qualche parte l’ostacolo che gli europei non sono riusciti a erigere. E chiariamo anche una seconda cosa: quando i tedeschi lamentano il ritorno alle condotte della “guerra fredda”, rendono un inatteso omaggio alla memoria di Freud, visto che i nemici, in quell’era, si trovavano nella Germania dell’est. Dove risiedeva Angela Merkel. La riunificazione tedesca, figlia della fine della guerra fredda, è stata una grande vittoria europea e un grande successo della presidenza di Ronald Reagan. Supporre che oggi si possa utilizzarla contro l’Unione europea e contro gli Usa non è ingrato, è incosciente.

Poi, per carità, gli statunitensi non sono certo immuni da colpe. Né noi italiani immuni dall’averne pagato le conseguenze. Quando noi e i tedeschi avevamo la stessa posizione, in termini di politica energetica e apertura al gas russo, essi scelsero di colpire l’anello più debole, cioè noi. Sarà un caso, ma proprio in quella circostanza capitò che il capo del nostro governo fosse fotografato con sulle ginocchia la volontaria del momento, segnalando al pubblico dei rotocalchi una gozzoviglia e suggerendo a quello più avvertito che la nostra sicurezza era alquanto farlocca. Gli amici americani, del resto, non si sono mai distinti per capire molto della nostra politica. Vale per gli anni del dopo guerra e vale ancora oggi, con gli ortotteri divenuti “home cricket”. Ma una cosa era chiara alla nostra classe dirigente, quando ancora ne avevamo una: il rapporto con gli Usa non si tocca. Si litiga, se necessario, ma non si tocca. Perdiamo quell’ancoraggio e finiamo dritti fra le primavere arabe.

Mario Mauro, che forse crede di dover comprare gli F35 per allestire una forza armata autonoma e autosufficiente, anziché integrata in casa Nato (com’è, grazie al cielo), farà fatica a capirlo, ma allinearsi alle proteste tedesche e francesi significa non avere idea dei nostri interessi indisponibili. La più recente frizione fra le due sponde dell’Atlantico riguarda la politica monetaria. E segnalo che noi abbiamo tutta la convenienza a favorire la dottrina statunitense. Certo, si può sostenere che debbono farsi gli affari loro, ma il guaio è che in Europa non sappiamo farci i nostri e ci siamo imbambolati a guardare i tedeschi mentre si fanno i propri. L’Europa che mi piace dovrebbe reagine chiedendo di essere coinvolta nei programmi di sicurezza, non provando ad azzannare la potenza militare dalla quale dipende anche la nostra sicurezza. La settimana scorsa la Croazia è entrata nell’Ue, fosse stato per noi europei sarebbero ancora a farsi la guerra, mentre fu il presidente Clinton (anch’egli con ritardo) a forzare la mano e chiudere il delirio della grande Serbia. Se in quel frangente avessero spiato gli europei per capire se stavano preparandosi alla battaglia o si rassegnavano al genocidio voi avreste reagito offesi? Io avrei collaborato. Mi arruolo.

La cosa comica, in questa faccenda, e che i risentiti per le attività americane stanno eleggendo la Cina a patria della trasparenza e la Russia a terra di libertà democratica. Forse è un po’ troppo spinta, come barzelletta.

Mi hanno fatto osservare: ma come, ti batti contro le intercettazioni in Italia e poi accetti che siano altri ad spiarci? Non sono affatto contro le intercettazioni, anzi, credo che siano strumenti utilissimi di prevenzione e indagine. Sono contro l’uso giudiziario (non devono essere prove e non devono essere depositate) e la divulgazione. Dagli Usa gli unici divulgatori sono i presunti eroi della trasparenza. Piuttosto sono i nostrani tifosi delle intercettazioni con relativo costume divulgativo, perché, come dicono, “chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere” (falsi, o fessi), sono loro a cadere in totale incoerenza, sentendosi ora violati e alzando la voce per condannare.

In quanto alle vestali della privacy, garante compreso, forse sarà bene capire che in era digitale non esiste: dalle compagnie telefoniche alla carta di credito, dall’agenzia delle entrate a questo computer connesso in rete, non c’è nulla che io faccia che non sia tracciato e registrato. Il punto è: punire divulgatori e utilizzatori indebiti. Ovvero quelli attualmente osannati dai discendenti dell’antioccidentalismo e dall’antiamericanismo. L’ultima volta, per sconfiggerli, si rese necessaria una guerra mondiale. Speriamo oggi basti una mondiale pernacchia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario