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Public Policy

Recessione suicida

L'Italia sfiduciata

Il Paese vive immersa nel rancore e la sensazione è che si sia già superato il punto di non ritorno

di Enrico Cisnetto - 19 luglio 2013

Mentre con l’arresto della famiglia Ligresti, cui la gran parte di quelli che hanno visto e taciuto ora plaudono compiaciuti, il nostro vecchio capitalismo esala gli ultimi ma non ultimissimi respiri – l’impressione è che prossimamente la giustizia-spettacolo ci riserverà ancora notevoli sorprese – gli italiani assistono attoniti, in un mix di delusione e rabbia, al suicidio del Paese. Avvelenato da un cocktail micidiale fatto di calo dei consumi, rarefazione del credito e della liquidità, mancato pagamento dei debiti (a cominciare da quelli delle amministrazioni pubbliche), fuga di capitali e conseguente crollo degli investimenti, burocrazia irritante e disincentivante. Il tutto accompagnato da un indigeribile piatto di cattiva politica e (per certi versi, peggio) di politica “indecisa a tutto”.

Si evoca la ripresa prossima ventura – ed è vero che qui e là qualche segnale, pur timidissimo, c’è – ma intanto il debito, che cresce di 1 miliardo al giorno, è arrivato 2074 miliardi, le sofferenze bancarie hanno toccato il record di oltre 135 miliardi (+22,4% rispetto ad un anno fa), i prestiti bancari e i mutui sono ai minimi da dieci anni a questa parte, mentre è ormai certo che il pil a fine avrà perso altri due punti (Bankitalia dice pudicamente -1,9%), arrivando così a quasi dieci punti (in soldoni, 150 miliardi) nei 4 anni su sei in cui siamo stati in recessione a partire dal 2008. E mentre, come dice giustamente De Rita, l’Italia vive “immersa nel rancore” – lo chiamano “ciclo basso dell’empatia” – la sensazione sempre più diffusa è che si sia già superato, o al massimo si stia superando ora, il punto di non ritorno.

Sostanzialmente, c’è una quota di Paese – qualcuno la stima intorno al 20%, io temo possa essere anche qualcosa in meno – che funziona e vorrebbe lottare per tornare a d essere vincenti. Nell’industria e nei servizi sono coloro che esportano, che si sono globalizzati, e che riescono “a prescindere” dall’Italia. Qui si annida la frustrazione derivante dallo star bene in un contesto negativo, e il rischio è che questa, che già è una minoranza, alla lunga percepisca l’inutilità, se non proprio lo svantaggio, di restare in Italia e faccia progressivamente fagotto. Sarebbe una perdita immensa, perché qui c’è il nucleo fondante della possibile rinascita nazionale. Poi c’è una maggioranza relativa che dalla crisi non è stata travolta, ma teme che di poterlo essere. Spesso si tratta di italiani che hanno accumulato nel passato un discreto patrimonio, usabile “mangiandoselo” per mantenere il livello di vita precedente (ma senza i lussi di un tempo).

Oppure si tratta imprenditori e professionisti (finora) al riparo dalla concorrenza perché operano in settori protetti, e che alzano barriere a difesa dei propri privilegi. Oppure ancora, sono percettori di reddito fisso modesto ma (finora) sicuro, come i dipendenti pubblici, o sono pensionati della fascia medio-alta delle prestazioni previdenziali. In tutti questi si annida la paura – quella che blocca consumi e investimenti nonostante l’esistenza di risorse – e la sfiducia. È l’area del Paese che ha il giudizio più sprezzante sulla “casta”, quella che nel corso degli anni ha premiato elettoralmente tutti quelli che hanno alzato i vessilli, variamente colorati, dell’anti-politica. Spesso improduttiva, questa componente sociale teme che nulla sarà più come prima, ed esercita una funzione rancorosamente conservatrice.

Infine, c’è l’area, sempre più vasta, del disagio. Che va dai percettori di redditi insufficienti ai disoccupati, per arrivare a quel 5,2% del totale delle famiglie definite (dall’Istat) “sicuramente povere” perché hanno livelli di spesa mensile inferiori di oltre il 20% alla soglia minima (nel 2012 per una famiglia di due componenti era pari a 990,88 euro mensili per ciascuno), passando per quel 2,8% della famiglie che una spesa mensile molto prossima, pur se superiore, alla linea di povertà. In quest’area del disagio vanno inseriti i giovani, anche quelli che grazie al sostegno della famiglia completano gli studi (perché gli sbocchi sul mercato, persino per laureati con lode nelle materie giuste, sono pochi, malpagati e, per modalità, un terno al lotto). Qui prevalgono due sentimenti solo apparentemente opposti, ma invece spesso sommati e mixati: la rabbia e la rassegnazione. Ora, se è vero che la ripresa non ce la regala nessuno, ma dobbiamo costruircela noi, in questo clima collettivo e in quadro sociale non si vede come potremmo farcela. Chi vuole tirarsi su il morale, di solito fa riferimento all’export, che nell’orribile 2012 è cresciuto del 3,7%. Giusto. Ma a parte il fatto che la quota dell’Italia nel commercio mondiale è invece scesa (dal già basso 2,89% al 2,74%), comunque fino a che punto un pezzo tutto sommato piccolo di capitalismo può portare sulle spalle il resto, fatto di imprese grandi che scompaiono, di piccole che soccombono, di vecchi agglomerati di potere finanziario che vanno in galera? Dunque, trovare benzina da mettere nel motore, idee chiare su come cambiare la macchina, e rinfrancare la fiducia di autisti e passeggeri. Difficile? Sì. Ma o così, o ciccia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario