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I danni del bipolarismo

L'Italia in svendita

Telecom, Alitalia e la dittatura della mediocrità, ovvero l'assenza di una strategia industriale

di Enrico Cisnetto - 27 settembre 2013

“La notizia in testa”, insegnavano i vecchi capiredattori ai tempi in cui ho iniziato a fare il giornalista. Già, ma qui la notizia dov’è? Che Telefonica diventa padrona di Telecom? Perché, finora di chi era? Che Air France si mangia Alitalia? Solo un cretino poteva pensare che in questa condizione di mercato la “cordata italiana” (sic) potesse tenere in piedi una baracca pericolante come quella. Aiuto, arrivano gli stranieri? Ma sono anni che la cosa accade sotto i nostri occhi (chiusi). E poi il tema non è “la calata degli unni”, ma la mancanza di uno straccio di politica industriale che indichi la direzione di marcia del sistema-paese, salvaguardi le grandi imprese vittime di un diffuso pregiudizio anti-industriale (magistratura, media, ambientalismo ideologico) e tuteli e moltiplichi gli asset strategici di un capitalismo che una volta era senza capitali e che ora è diventato senza imprese.

La verità è che non c’è nulla di nuovo: assistiamo al crollo italiano, dopo che il declino è passato dalla fase dell’incubazione alla sua piena manifestazione. Sì, proprio quella malattia di cui per molto tempo è stata negata l’esistenza, specie da coloro che oggi si stracciano le vesti – non posso dimenticare che il sottoscritto e pochi altri, che già negli anni Novanta avvertivamo i sintomi della decadenza e li denunciavamo, siamo stati apostrofati quando andava bene come pessimisti e nel peggiore dei casi come menagrami e disfattisti – e che oggi (anzi, negli ultimi 72 mesi) è esplosa creando metastasi sempre più difficili da curare. Siamo di fronte ad un capitalismo esangue, di cui porta la responsabilità l’intero paese: la politica che, per ignoranza e pavidità, non solo non ha combattuto il declino, ma lo ha moltiplicato; la classe imprenditoriale e manageriale top level, che ha giocato ai “poteri forti” senza rendersi conto di essere fradicia; i media, cassa di risonanza di una classe dirigente priva della consapevolezza del proprio ruolo; la cosiddetta società civile, che s’è indignata di tutto meno di quello per cui ne sarebbe davvero valsa la pena. È la fiera, anzi la dittatura, della mediocrità.

Il caso Telecom, che viene da molto lontano, è emblematico dell’effetto cancerogeno di certe scelte. Sarebbe lungo fare l’elenco di tutti i passaggi che hanno portato la ricca e multinazionale Telecom a ridursi a società di tlc provinciale e iper-indebitata (ci ho scritto sù “Il gioco dell’opa” per Sperling ben 13 anni fa), ma certo mi aspetterei qualche anche tardiva autocritica. Per esempio, che Prodi dicesse: sì, ho sbagliato a negare alla Stet di Pascale l’opportunità di realizzare il “piano Socrate”, cioè la cablatura ante-litteram dell’Italia, perché è lì la madre di tutti gli errori strategici. Poi non mi dispiacerebbe che Ciampi si battesse il petto ricordando come fu fatta la privatizzazione di Telecom pur di far cassa (per entrare nell’euro evitando di toccare la spesa pubblica): senza preventivamente scorporare la rete e dandola per due lire al “nocciolino molle”, che poi si squagliò di fronte all’opa dei “capitani coraggiosi”. E da D’Alema mi aspetterei un’ammissione di colpa per aver permesso e caldeggiato una scalata a debito che aveva in sé tutti i germi del disastro. Così come vorrei che qualcuno dei tantissimi che si spellarono le mani per applaudire un’opa che, così dissero, “finalmente faceva diventare il nostro mercato finanziario e il nostro capitalismo anglosassoni”, non dico recitassero il mea culpa, ma almeno evitassero oggi di fare, da diversi pulpiti, commenti saccenti. E così via.

Questo vale per Telecom come per Alitalia, per Ilva, per la Fiat che è con un piede e mezzo negli Stati Uniti, per i tanti marchi del made in Italy che sono passati sotto altre insegne, per interi settori industriali spariti, a cominciare dalla chimica. Speriamo non valga per Finmeccanica, anche se troppo flebili sono le voci che si sono finora levate non tanto all’arrivo degli stranieri (in Ansaldo Energia c’è da tempo un fondo americano) quanto alla mancanza di un progetto industriale intorno alle diverse filiere della manifattura civile che sono nell’unica holding di peso che in Italia gestisca tecnologie avanzate. Se, grazie al coinvolgimento di Cdp, si riuscirà a creare una “Finmeccanica due”, separando il civile dal militare, e poi altrettanto si farà di Fincantieri (anche lì c’è civile e militare) integrandola nelle due Finmeccanica, e poi ancora ciascuna filiera (energia, segnalamento e automazione di reti ferroviarie e metropolitane, treni, informatica, ecc.) si rafforzerà stringendo accordi con i player privati, allora si saranno fatti gli interessi del Paese, con o senza stranieri nel capitale. Altrimenti si effettuerà l’ennesima svendita per tappare qualche buco, colpevolmente creato da chi non pagherà mai il prezzo dei propri errori.

E per favore, non apriamo per l’ennesima volta la discussione, tutta ideologica, su privatizzazioni, con gli statalisti che non ne vogliono sentir nemmeno parlare e i liberisti che contestano allo Stato anche il ruolo da playmaker, non solo quello di proprietario. Il declino drammatico in cui siamo immersi è figlio anche di questo assurdo bipolarismo.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.