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Terza rivoluzione industriale

L'Italia cominci a pensare in 3D

Con l'avvento della tecnologia digitale il fattore "costo del lavoro" perderà progressivamente importanza

di Enrico Cisnetto - 04 maggio 2012

È opportuno che Monti getti acqua sul fuoco delle (troppe) attese su (improbabili) iniziative di stampo salvifico per rilanciare la ripresa. Molto meno opportuno è che si discuta poco e male di quale segno dovrebbe avere un progetto di rilancio della nostra economia, e non si discuta affatto di come, di conseguenza, andrebbe ridefinito il profilo del nostro (vecchio) capitalismo.

Avendo speso molte parole in questa e altre sedi sulle strategie per recuperare le condizioni che consentano di riavviare gli investimenti pubblici e privati – unico, vero strumento per battere la recessione e rilanciare lo sviluppo – oggi mi soffermo sulla seconda parte della questione, stimolato da un’inchiesta dell’Economist in cui si sostiene che stia iniziando la terza rivoluzione industriale.

Sono d’accordo, anche se la chiamerei seconda fase della terza rivoluzione industriale, quella delle tecnologie digitali. Parlarne potrà anche sembrare un lusso in tempi come questi, ma in realtà sarà difficile uscire dalla crisi senza la politica industriale, e perché sia efficace occorre sapere in quale direzione si muove il capitalismo globalizzato.

Gli esperti dicono che la linea di discrimine tra vecchio e nuovo passi attraverso le innovative tecnologie delle stampanti 3D, che consentono un forte decremento del costo delle produzioni. Si tratta di macchinari che da un file digitale attivano un processo di creazione di un oggetto solido tridimensionale, che si forma fissando strati successivi di materiale.

Sia chiaro, il superamento delle tradizionali tecniche di lavorazione, quelle che lavorano grazie ai cosiddetti “processi sottrattivi” (si basano sulla rimozione del materiale mediante foratura, taglio, ecc.), data fin dal 2003. Ma è di oggi il loro impiego in modo massiccio e in tutti i settori merceologici, anche perché nel frattempo la vendita di questi macchinari è aumentata e il loro costo è diminuito. .

Dunque, è nata la stagione della “manifattura additiva”: essa non è abbastanza sviluppata per produrre un’auto o un computer, ma è già in grado di produrre parti importanti di questi prodotti; e il controllo digitale delle fasi produttive permette di verificare istantaneamente se qualcosa nel processo non è regolare.

Il risultato è che le fabbriche saranno guidate da software intelligenti e avranno bisogno di poca manodopera, sempre più dotata di preparazione sofisticata.

Secondo Economist, tutto questo imporrà tre nuovi paradigmi: progressiva marginalizzazione della variabile “costo del lavoro” nella gamma dei fattori competitivi, a favore del possesso, uso e aggiornamento delle tecnologie digitali; rientro dalle delocalizzazioni fatte a suo tempo per ridurre i costi produttivi prescindendo dai fattori qualitativi; rivincita delle imprese di medie e medio-grandi dimensioni, più elastiche, a scapito delle grandi e grandissime, più rigide, visto che non saranno più necessarie le standardizzazioni quantitative per assicurare l’economicità della produzione.

Inoltre si pronostica la nascita di reti “social web” per la fornitura di tutta una serie di servizi necessari alla “manifattura additiva”, come quelli di ingegneria, programmazione e assistenza alla produzione. Insomma, lo si voglia o meno, così sta andando e così andrà il “capitalismo 3.0”. E l’Italia, com’è collocata in questo quadro? A dar retta all’Economist, non pervenuta.

In realtà, qualche presenza di nicchia l’abbiamo. Più nella fase a monte, laddove si studiano e si sperimentano le tecnologie digitali, o meglio piccole componenti di esse, e nella produzione dei macchinari 3D. Poco o nulla a valle, nell’applicazione alle diverse produzioni di quella tecnologia.

Mentre è evidente che se questo è il futuro, dobbiamo attrezzarci per esserne protagonisti. Come? Si può sperare che gli imprenditori si muovano loro sponte. Ma sappiamo che gli innovatori sono solo una quota parte, e non maggioritaria.

Invece, noi abbiamo bisogno che la cosa non rimanga un fenomeno marginale e che diventi realtà in fretta. Dunque? Non rimane che l’orientamento esercitato dalla politica industriale. La quale, però, continua a latitare anche in tempi di tecnici al governo.

Un acuto osservatore come Giuseppe Berta sostiene che tutto deriva da un ritardo culturale: siamo ancora fermi al trinomio liberista “flessibilità-liberalizzazioni-privatizzazioni”, che è stato il paradigma su cui si è costruito il capitalismo finanziario dell’era della globalizzazione. E arriva alla conclusione che occorre riscoprire l’economia mista, intesa come interazione continua tra l’intervento pubblico e l’azione dei privati.

Io preferisco parlare di progetto “liberal-keynesiana”, inteso come superamento dello scontro tra due scuole di pensiero che si sono rese antitetiche quando è scomparso il comune nemico a sinistra, il pensiero marxista e il comunismo realizzato. In tutti i casi, comunque, il pallino è nelle mani di un governo che deve essere capace di indicare al paese un grande progetto di modernizzazione, fornendogli degli strumenti che lo aiutino a fare scelte lungimiranti. Se vogliamo un’economia digitale e una manifattura additiva, comincino il governo e la politica a pensare in 3D. Enrico Cisnetto

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