ultimora
Public Policy

Verso il nuovo Parlamento

Liste ipocrite

Che mondo è quello in cui si misura il progresso sulla base della presenza dei giovani fra i commercialisti e delle donne fra gli avvocati? E’ un mondo di scemi

di Davide Giacalone - 29 gennaio 2013

La chiamata di Enrico Bondi a supervisore delle liste montiane (tutte e tre, come fu allora specificato) suscitò grande interesse e qualche entusiasmo. Noi, con rispetto, avanzammo due dubbi: a. distogliere Bondi dal tagliare la spesa pubblica inutile e utilizzarlo per tagliare i candidati meno presentabili era uno spreco; b. la sua azione sarebbe stata un fiasco, perché mancante di criteri oggettivi e priva di forza politica. Il lavoro fatto dalla Fondazione Hume, per La Stampa, non solo ci da ragione, ma sottolinea un dato eclatante: la lista in cui avranno maggior peso gli eletti con guai giudiziari è proprio una lista montiana, quella dell’Udc.

Condivido l’opinione di Luca Ricolfi: chi ha pendenze giudiziarie non dovrebbe essere mai candidato, giacché l’essere mondi dal sospetto è una pre-condizione del rappresentare gli altri. Ma Ricolfi deve tenere conto che tale assunto vale in un sistema normale, mentre l’Italia non lo è. Se lo si adotta e si esclude dalla vita civile e politica chi è sotto inchiesta o processo, posto che durano due o tre lustri, alla fine, quando saranno assolti, il danno più grosso non lo avranno subito loro, ma la collettività. Saranno state le procure a stabilire chi può essere eletto, non gli elettori. E, del resto, il nostro sistema è così potentemente anormale che lo stesso Ricolfi non ricomprende fra gli “impresentabili” coloro che hanno “solo” ricevuto un avviso di garanzia (evviva, sono passati venti anni da quando si andava all’inferno), ma quanti hanno sulle spalle un rinvio a giudizio, o, almeno, una richiesta in quel senso (con ciò assolvendo la lista Ingroia, che un indagato ce l’ha). Peccato, però, che per il nostro diritto gli avvisati, i richiesti di rinvio, gli imputati, come anche i condannati in via non definitiva, rientrano tutti nella medesima categoria dei non colpevoli. Morale: un Paese è civile se funziona la giustizia, non se ciascuno decide per sé, circa il peso della malagiustizia.

Spostiamo ora l’attenzione dalle questioni giudiziarie a quelle anagrafiche: avremo il Parlamento più giovane d’Europa. Evviva? Evviva un corno. Che mondo è quello in cui si misura il progresso sulla base della presenza dei giovani fra i commercialisti e delle donne fra gli avvocati? E’ un mondo di scemi. Una versione da rotocalco. Un concorso per quiz televisivi (con domande sempre più deficienti). A me serve un commercialista competente e un avvocato in gamba, per non dire del chirurgo. Che sia giovane mi fa piacere per lui, che sia donna non so per chi mi debba far piacere e ometto gaffes. Certo, è bene che non ci siano assemblee sessiste o conservazioni gerontocratiche, ma queste degenerazioni vanno combattute con la meritocrazia, non con i certificati anagrafici. E siccome una delle malattie epidemiche d’Italia è l’ipocrisia, diciamola tonda: spesso i capi scelgono i giovani e le donne proprio perché non contano nulla e non obbiettano alcunché. A destra e a sinistra, sopra e sotto. Silvio Berlusconi, poi, farebbe trionfare la crasi.

Tutto questo è possibile non solo a causa della legge elettorale, che toglie qualsiasi peso al candidato e ne consegna uno retorico alle classifiche di giovanilismo e falso-femminismo, ma anche perché il Parlamento è una macina che non produce farina, ma solo esaltazione di meccanismo, sede e guarentigie. In questo modo non è dato sapere chi ha bene operato e chi no, restando solo qualche passaggio d’interviste fugaci, nel corso delle quali ci si chiede come alcuni degli eletti abbiano mai fatto a essere promossi. Non alle elezioni, ma a scuola.

Tutto questo, sia detto di passaggio e per rimanere alla moda delle citazioni mussoliniane, spiega non perché un mascelluto socialista, incamiciatosi di nero, abbia potuto dire della Camera che era un’“aula sorda e grigia”, ma perché quelli se lo fecero dire. Le democrazie non crollano perché arriva un mazziere stivalato, reuccio della retorica popolana, ma perché il trasformismo fa marcire le istituzioni e un Facta le incarna rendendole esangui. Non è senza significato, del resto, che anche allora la “giovinezza” fu considerata valore. Ora vi lascio e trono all’ospizio per soli maschi.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario