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Prima del calcio d’inizio in Germania. Che accade?

Lippi, Blatter: la dignità della maglia

Le parole di Beckenbauer e i destini della Nazionale a venti giorni dal mondiale

di Alessandro Marchetti - 23 maggio 2006

Venti giorni. Questo l’intervallo di tempo che separa la Nazionale di calcio dalla gara più attesa e difficile. Venti giorni in cui i migliori atleti dello sport più popolare e appassionante d’Italia, si preparano al meglio per giocare al massimo in quei dieci giorni che ricorderanno per il resto della loro vita. Stop. Qui finisce un breve ma onestissimo omaggio alla retorica che forse può aiutare, addetti ai lavori e non, a seguire proprio i giorni che ci separano dal Campionato del Mondo. Se non altro per costringere gli italiani a rimanere incollati a gironi, formazioni, infortuni, ritiri e tutto ciò che fa parte del rito quadriennale dei Mondiali di Calcio. Questo è lo sforzo che l’italiano sensibile e attento chiede a chi si occupa di calcio giocato: un bombardamento sincero e convincente di retroscena, personaggi, interviste, dirette, a cui siamo abituati da quando i Mondiali, l’Italia, non solo li giocava ma li vinceva pure. Negli altri Paesi, dove lo sport è altrettanto popolare, si chiederebbero il perché di tanta disaffezione.
La risposta per i tifosi inglesi, tedeschi, francesi e spagnoli si è palesata in questi giorni, quando il Presidente della Fifa, Joseph Blatter, e, a nome del comitato organizzatore di Germania ’06, Franz Beckenbauer hanno detto quello che hanno detto. Voci pesanti per il tifoso italiano, che ha visto ridicolizzare il suo calcio agli occhi del mondo intero, addirittura condannato a subire sul campo gli effetti delle inchieste giudiziarie sul sistema-Moggi.
O forse, assiste solo ad una figuraccia annunciata.
Quella delegittimazione, che fino a qualche giorno fa sembrava solo incombere sulla Nazionale italiana, tenuta abilmente alla larga proprio dai media, mai infierendo del tutto e facendo passare la bufera giudiziaria come roba di palazzo, lontana dai campi di gioco.
Nell’ultima settimana però il confine infelice, e un po’ illusorio, costruito sapientemente fra il calcio giocato e calcio “gestito” sembra non tenere più. Complice, ci piaccia o no, la Nazionale e il suo Ct. Dice Beppe Severgnini sul Corriere della Sera di sabato scorso “Lippi rimanga pure al suo posto soltanto se non ha nulla da nascondere”. Stesso discorso per Fabio Cannavaro. Difficile non essere d’accordo, nonostante il commissario tecnico le sue dichiarazioni innocentiste le abbia fatte. I dubbi su Lippi quindi, nei rapporti con Moggi e Carraro, non solo restano ma sgomitano mica poco nelle teste degli italiani. Anche qui, intercettazioni docent.
Ora, inchieste a parte, la questione di fondo che rimane da chiarire per i cinquantasette milioni di commissari tecnici è in sé banale e molto nostrana. Ciò di cui si sta discutendo appartiene a quanto, poco in realtà, possa accomunare e appassionare assieme tutti gli italiani. Una sorta di minimo comun denominatore, la Nazionale, a cui si chiede una cosa altrettanto tipica delle nostre parti: il far bella figura. O comunque di evitarne una cattiva.
Difficile trovare un mix tanto esplosivo di istinti popolari. Difficile sarà anche per il calcio giocato caricarsi sulle spalle i veleni di quello malgestito. Eppure è questo che si dovrà fare in Germania, è questo di cui si ha paura. Proprio la maglia azzurra, che da dodici anni a questa parte ha collezionato una serie incredibile di delusioni ed occasioni perse, accompagnata da quell’immagine scomoda di bella e perdente; proprio alla Nazionale da rifondare, si chiede di consolare milioni di tifosi ingannati. Ecco allora l’aiuto di cui sopra. Il messaggio che non può passare attraverso spot, canzoncine o slogan pubblicitari (come pure si tenta in questi giorni), deve arrivare da sportivi, giornalisti, dirigenti e quanti altri seguono la Nazionale per professione. Gli stessi che, con una certa tristezza, abbiamo visto finora occuparsi dei ragazzi di Lippi con una certa difficoltà, timidamente; imbarazzati e costretti loro malgrado a finire per parlare, sempre, di Carraro e Moggi. Tutte cose che, in conclusione, danno ragione ai Blatter e ai Beckenbauer. E che fanno venire in mente che, se questo dev’essere, è meglio non andarci proprio in Germania.

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