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Il dibattito mondiale sull'ageing society

L'invecchiamento richiede fantasia

Non basta parlare di pensioni: bisogna reinventare i ruoli nella terza età

di Donato Speroni - 18 gennaio 2007

Due miliardi di anziani nel 2050: secondo l’Onu, la percentuale delle persone oltre i 60 anni raddoppierà, dall’attuale 11 al 22 per cento del totale dell’umanità. La punta più alta si avrà nei paesi più sviluppati (dal 20 al 32 per cento), ma l’invecchiamento investirà anche i paesi in via di sviluppo (dall’8 al 20 per cento) e persino quelli più poveri (dal 5 al 10 per cento), nonostante l’elevata natalità e la ridotta speranza di vita che li caratterizza. La demografia è l’unico settore delle scienze sociali nel quale le previsioni sono attendibili anche a distanza di decenni, essendo già scritte nella struttura delle popolazione e nei tassi di fertilità che cambiano lentamente.

Certo, guerre, pandemie e colossali migrazioni potrebbero cambiare molte cose. Ma l’esistenza stessa di queste proiezioni sta già trasformando gli scenari politici ed economici. Il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan cinque anni fa definì l’invecchiamento della popolazione mondiale “una rivoluzione silenziosa, una forza d’intensità non inferiore a quella della globalizzazione”. L’attenzione al fenomeno è in costante crescita. Il tema dell’ageing (o aging nella versione americana) society è oggetto di studi e dibattiti ed occupa attualmente oltre 50 milioni di pagine segnalate da Google su internet.

Paradossalmente, l’invecchiamento della società globale nasce da due fenomeni positivi; la graduale tendenza alla riduzione dei figli per famiglia, che i demografi stimano si stia delineando anche nelle aree in via di sviluppo; l’allungamento della vita media che si verifica in quasi tutti i paesi, con l’eccezione – si spera temporanea - di quelli africani squassati dall’Aids. Nel complesso, questo è un mondo dove si vive di più, che in prospettiva avrà meno problemi di (ulteriore) sovrappopolazione. Eppure la nuova età d’argento pone dilemmi cruciali sia ai paesi più ricchi che a quelli più poveri. Da qui l’ammonimento lanciato a suo tempo dallo stesso Annan: “dobbiamo prepararci per il cambiamento già in corso nella proporzione tra giovani e anziani in gran parte del mondo, e a tutte le conseguenze sul mondo del lavoro, i servizi sociali e i processi politici”. Le realtà variano da Paese a Paese, le ricette sono diverse anche a seconda degli equilibri di potere e delle situazioni economiche e sociali, ma la problematica è globale. I governi e le organizzazioni internazionali sono all’opera; tuttavia l’ageing society è come l’effetto serra: richiede innovazioni coraggiose, che vanno ben al di là dell’arco di vita di qualsiasi esecutivo. In ogni caso, le soluzioni non sono facili e neppure totalmente condivise e si può solo cercare di darne una sommaria panoramica

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Un grande dibattito mondiale

Per le organizzazioni internazionali l’invecchiamento non è un problema nuovo: la prima Assemblea mondiale si svolse a Vienna nel 1982. Nel tempo però l’enfasi è cambiata: dalla tutela degli anziani come componente debole della società (più cura, più attenzione), al “global ageing” che è stato oggetto della Seconda assemblea tenutasi a Madrid dall’8 al 12 aprile del 2002. Il Piano di azione che ne scaturì si articolò nell’indicazione di 18 temi e 239 raccomandazioni. “Non è immaginabile che questa pletora di azioni possa davvero essere seguita a livello globale”, ammise subito un alto dirigente dell’Onu. Però, con la logica lenta, burocratica, ma non inutile che caratterizza i lavori internazionali sui temi politicamente meno caldi, si mise in moto un processo di riunioni e verifiche a livello subcontinentale e nazionale, fino all’ultimo rapporto presentato dall’Onu nel luglio scorso, cinque anni dopo Madrid. Un documento che ha il classico sapore del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, che elenca buone intenzioni e timidi passi avanti, con qualche caduta nel banale, come quando afferma che democrazia e rispetto delle libertà fondamentali facilitano la tutela dei diritti di tutti e quindi fanno bene anche agli anziani.

L’azione delle Nazioni unite ha comunque contribuito all’approfondimento delle analisi su un problema che esige comunque soluzioni diversificate. Per esempio, chi guarda ai paesi più ricchi e ai lavori non faticosi condivide quasi sempre l’idea di tenere più a lungo gli anziani impegnati in attività produttive. Ma nei paesi dove è più diffusa l’economia informale, senza garanzie sulle condizioni d’impiego, la stessa ricetta rischia di trasformarsi in un aumento dello sfruttamento, mentre vanno invece affermate condizioni elementari di welfare. D’altra parte, nelle società che hanno mantenuto caratteristiche patriarcali l’anziano in famiglia non rischia di essere emarginato come avviene spesso in occidente; nelle comunità tradizionali la sua esperienza è più rispettata.

E in Europa che succede? Non molto, almeno a livello di Unione. Il documento delle Nazioni Unite cita positivamente la mobilitazione promossa in primavera da Age, la European older people’s platform che riunisce 148 organizzazioni in rappresentanza di 22 milioni di anziani, per riportare la “dimensione sociale” negli obiettivi di Lisbona due, quelli che dovrebbero indicare le priorità Ue al 2010. In realtà l’episodio citato è una conferma del ritardo, se non altro sul piano della comunicazione: sul sito ufficiale dell’Ue, l’elenco delle priorità evidenzia i giovani e le politiche di genere, ma dedica ben poca attenzione agli anziani, mentre la pagina specifica dedicata alla “ageing policy” non è aggiornata dal 2002.

Se Bruxelles sonnecchia, a Parigi invece ci si dà molto da fare. L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che sulle rive della Senna riunisce trenta paesi industrializzati con un occhio anche per Cina e India che per ora non ne fanno parte, dedica crescente attenzione all’invecchiamento globale. Le sue ricerche sono concentrate sugli aspetti economici, però il recente rapporto “Live longer, work longer” diffuso in febbraio, spiega con chiarezza come le difficoltà indotte dall’invecchiamento non possano essere affrontate senza una rivoluzione negli atteggiamenti complessivi: non basta aumentare l’età pensionabile, bisogna valorizzare di più la presenza degli anziani sui luoghi di lavoro.

I trend demografici

Anche l’Ocse guarda alla metà del secolo quando scrive che “nel 2050 in Italia, Giappone, Corea (del Sud) e Spagna oltre un terzo della popolazione avrà almeno 65 anni, rispetto a meno di un quinto in Messico, Turchia e Stati Uniti. La rapidità dell’invecchiamento è particolarmente rilevante in Corea, considerando che attualmente la percentuale di coreani oltre i 64 anni è tra le minori dell’area Ocse, ma diverrà una delle più alte nel 2050”. Il cambiamento della struttura demografica sarà sempre più evidente con l’arrivo alla soglia dei 65 anni della generazione nata dopo la seconda guerra mondiale, in quell’impennata globale delle nascite che fu anche frutto della migliorata situazione sanitaria. Gli effetti saranno forti nei prossimi trent’anni, ma non si fermeranno. “A meno di un forte rimbalzo nei tassi di fertilità, l’aumento della longevità farà sì che il numero degli anziani a carico di ciascuna persona in età di lavoro continuerà ad aumentare anche quando si sarà esaurito l’effetto del baby boom”. Nei paesi più ricchi, l’invecchiamento è stato accompagnato dalla tendenza a smettere di lavorare anticipatamente, aprendo una forbice che sta mandando in tilt i sistemi economici, ma anche gli equilibri politici e sociali. Nella media dei paesi Ocse un lavoratore maschio che va in pensione può sperare di vivere ancora 18 anni. Nel 1970 la speranza di vita corrispondente era solo di 11 anni. Per le donne nello stesso periodo la speranza di vita è passata da 14 a quasi 23 anni.

L’indicatore più usato per comprendere l’effetto dell’invecchiamento sui sistemi economici è il rapporto tra la popolazione non attiva di oltre 50 anni e il totale delle persone presenti sul mercato del lavoro. Secondo l’Ocse, se i livelli di partecipazione per età e sesso resteranno invariati, questo rapporto nella media dei paesi aderenti all’organizzazione sarà quasi raddoppiato, da 38 a oltre 70 pensionati ogni 100 lavoratori nel 2050. In Europa, si arriverà vicino al punto in cui ogni persona attiva dovrà mantenere una persona anziana. In aggiunta agli altri carichi familiari. I riflessi sui sistemi nazionali Gli andamenti demografici aumenteranno il peso delle pensioni e delle politiche di cura degli anziani sui bilanci pubblici. Le pensioni si possono riformare, seppure con difficoltà, e in molti ci stanno provando, ma la spesa sanitaria è anch’essa difficilmente comprimibile: secondo un altro studio dell’organizzazione di Parigi, l’ageing society porterà la spesa pubblica per la salute e per le politiche di cura (sempre nella media dei 30 paesi Ocse, tra cui alcuni ben lontani dal garantire agli anziani elevati livelli di welfare) dall’attuale 6,7 per cento del prodotto interno lordo (Pil) al 13 per cento nel 2050.

In ogni caso, se anche se si dovesse riuscire a tutelare i bilanci pubblici con politiche di austerità, gli economisti dell’organizzazione di Parigi si preoccupano perché senza un maggior contributo al lavoro da parte della terza età la crescita del Pil è destinata a rallentare fortemente. Che lo si affidi ai sistemi previdenziali, alle reti familiari o anche ai risparmi privati, il peso del “non lavoro” è comunque elevatissimo per i sistemi economici e si traduce in un forte spreco di risorse umane.

L’Ocse stima che se si manterranno gli attuali andamenti demografici, l’attuale tasso di partecipazione al lavoro e l’attuale produttività, la crescita del Pil pro capite fino al 2030 non supererà l’1,7 per cento medio annuo: circa il 30 per cento in meno di quanto è avvenuto tra il 1970 e il 2000. Dato che non tutti i paesi si stanno comportando nello stesso modo e i più ricchi in Europa e in Asia sono quelli più affetti dall’invecchiamento, tutto ciò porterà a un livellamento della ricchezza media dei cittadini dei diversi paesi che fanno parte dell’Organizzazione.

Gli interventi di correzione: le tre P

Le politiche per fronteggiare l’invecchiamento della popolazione si sono concentrate dapprima sulle misure più contingenti, necessarie ma limitate, che sono soprattutto quelle mirate a tutelare i bilanci pubblici e a salvaguardare i sistemi sanitari. Ma ormai la discussione sull’età d’argento va ben oltre questi aspetti, pur importanti. Ha implicazioni economiche e sociali, investe il concetto stesso di lavoro anziano e più in generale le regole della partecipazione degli anziani alla vita collettiva. Come si fronteggia l’ageing society? L’Ocse cita la formula delle tre P: Popolazione, Partecipazione, Produttività, avvertendo però che su almeno due di queste non bisogna farsi troppe illusioni.

Per quanto riguarda la Popolazione, le politiche di stimolo alla natalità possono funzionare, ma hanno effetto sul mercato del lavoro solo nel lungo termine, mentre nell’immediato aumentano il numero delle persone a carico di chi lavora. D’altra parte, l’aumento dell’immigrazione dall’estero offre un sollievo immediato, ma in breve tempo, secondo lo studio dell’organizzazione di Parigi, anche gli immigrati si adeguano ai comportamenti riproduttivi dei paesi che li ospitano. Per cambiare “the long term age structure”, la struttura per età a lungo termine, occorrerebbe un’immigrazione così massiccia da essere difficilmente integrabile, con tutte le conseguenze economiche e politiche facilmente immaginabili.

Certo, tutto si risolverebbe se ci fosse un miracoloso incremento dell’altra P, la Produttività, consentendo a pochi lavoratori di sfornare beni e servizi sufficienti per i bisogni di tutti. La produttività rappresenta infatti una grande incognita dei prossimi decenni: una nuova rivoluzione tecnologica, paragonabile a quella che si è verificata con l’informatica e la telematica, potrebbe risolvere molti problemi, almeno in termini di quantità di ricchezza prodotta, se non della sua distribuzione. Ma le previsioni di lungo termine si fanno senza ipotizzare innovazioni imprevedibili. Così come dobbiamo ragionare al 2050 sulle fonti alternative al petrolio che già conosciamo senza ipotizzare miracolose energie fredde, allo stesso modo dobbiamo preparare la nostra società sulla base del lavoro come lo conosciamo adesso, senza pensare che il progresso tecnologico risolverà comunque tutto, perché se poi non lo facesse sarebbero dolori. In ogni caso, secondo l’Ocse, un balzo di produttività sarebbe poco efficace sui bilanci pubblici, perché di norma gli aumenti di produttività si traducono in aumenti salariali che si ripercuotono anche sugli stipendi del settore statale. E non è detto che i maggiori salari si traducano in un miglior trattamento per chi non lavora: senza adeguati meccanismi redistributivi del reddito c’è il rischio che l’aumento di produttività incrementi le disparità a danno delle fasce più deboli anziché ridurle.

Resta la terza P, la maggiore Partecipazione degli anziani alla vita di lavoro. I prudenti economisti di Parigi, abituati a descrivere sempre i due lati della medaglia, ammoniscono che anche questo non è un toccasana, perché un aumento marcato della popolazione lavoratrice in età anziana darebbe comunque un modesto contributo aggiuntivo al Pil pro capite: la popolazione giovane si sta riducendo a una velocità tale da minacciare comunque la fermata della produzione di ricchezza. Però l’aumento della partecipazione risolverebbe i problemi dei bilanci pubblici, oltre ad essere una misura di civiltà perché eviterebbe l’emarginazione degli anziani, almeno di quelli in buona salute. Ed è questa la ricetta alla quale nei paesi industrializzati si dedica oggi più attenzione.

Lavorare più a lungo, ma come?

Come ha scritto l’Economist, cinquant’anni fa c’erano molte prevenzioni sul lavoro femminile, oggi ampiamente superate. Allo stesso modo, tra un altro mezzo secolo sembrerà altrettanto assurdo che la nostra civiltà abbia cercato per tanto tempo di spingere gli anziani “to stay at home sipping tea and potting begonias” (a stare a casa a sorseggiare un tè e coltivare i fiori, ma da noi lo stereotipo corrispondente sarebbe l’osteria e il gioco delle bocce), anziché porsi il problema di un ulteriore contributo alla vita economica e sociale della comunità. E’ un discorso che investe le imprese, innanzitutto, perché più o meno dappertutto hanno cercato di risolvere difficoltà contingenti facendo ricorso ai pre-pensionamenti, all’invalidità o ad altre misure di welfare adattate alle necessità specifiche. Soluzioni autolesioniste, se viste in un’ottica macroeconomica, perché il mondo produttivo avrà bisogno degli anziani: nell’Europa dell’Ocse (e in Giappone andrà ancor peggio), si stima che entro il 2015 il numero delle uscite dal mercato del lavoro supererà quello dei giovani che vi si affacciano: un “buco” di oltre un milione di posti all’anno entro il 2030. Tutto ciò creerà alle imprese un doppio problema: gestire una quantità crescente di ritiri di manodopera esperta; sostituirla pescando da un vivaio di giovani che tende a prosciugarsi. Tra le prime attività ad entrare in crisi ci sarà proprio l’assistenza sanitaria e la cura dei vecchi, perché mancherà personale disposto a fare questi lavori, ma ben presto il problema investirà l’intera economia: “in molti paesi, nei prossimi anni un numero sostanziale di lavoratori del settore pubblico andrà in pensione; il loro rimpiazzo aggraverà le difficoltà del settore privato”. Basta dunque con i luoghi comuni sugli anziani che non sono in grado di adattarsi. E’ invece necessario recuperarli ai nuovi modi di lavorare con un’adeguata formazione e gestione delle risorse umane.

Già, ma come indurre gli ultrasessantenni a lavorare più a lungo? Le risposte più classiche, sulla spinta del dilatarsi dei costi pubblici, consistono in un ritardo del pensionamento attraverso spostamenti obbligatori dell’età per la pensione di vecchiaia, limiti minimi per la pensione di anzianità o meccanismi di incentivo/disincentivo per indurre la gente a stare più anni sul posto di lavoro. Ma si può notare, come l’Ocse documenta ampiamente nell’analisi dei casi nazionali, l’esistenza di un problema più generale: d’accordo che gli anziani devono stare più a lungo sul mercato del lavoro, ma in che modo e per fare che cosa?

Esistono infatti molti casi di lavori usuranti, o anche semplicemente ripetitivi e noiosi, che il lavoratore è ben felice di lasciare appena possibile. Però, constata l’Ocse, “il mondo del lavoro è cambiato in molti aspetti che dovrebbero favorire l’impiego degli anziani”: il progresso tecnologico e l’espansione dei servizi, normalmente meno faticosi dei lavori nei campi o in fabbrica, hanno ridotto l’incidenza dei lavori sporchi, pericolosi e comunque faticosi. Al tempo stesso la maggiore diffusione delle forme di lavoro flessibile e del part time rendeno meno brusca la transizione verso il ritiro del lavoro. Il tema è tutt’altro che univoco: per esempio, avvertono gli stessi economisti dell’Ocse, l’autopercezione dello stress è in netto aumento anche nei lavori non usuranti e questo potrebbe indurre la gente a svignarsela appena possibile, anche se non è più costretta a star china sui campi o incatenata al montaggio.

Va detto però che diversi sondaggi, condotti per esempio sui baby boomers americani, indicano che una notevole percentuale di anziani nei paesi industrializzati desidera restare in qualche modo impegnato. Magari non alle stesse condizioni di orario e di fatica, magari con tempi più ridotti e salario decurtato, ma certo con una vita diversa dal “sipping tea and potting begonias”.

Alcune politiche nazionali si sono incamminate su questa strada e l’Ocse individua delle tendenze generali di buone pratiche. Mette in discussione la norma che impone obbligatoriamente il ritiro a una certa età, presente in molte attività e in molte imprese. Contesta con dovizia di analisi che il permanere degli anziani sul posto di lavoro porti via il lavoro ai giovani. Mette in guardia contro il ricorso a norme obbligatorie di tutela che inducono le imprese a disfarsi dei dipendenti ancor prima che raggiungano l’età tutelata. Sottolinea l’importanza dei programmi pubblici, rivolti agli imprenditori e agli stessi anziani, per migliorare l’employability dei lavoratori più anziani. Attribuisce grande importanza alla formazione: sia i lavoratori che i datori di lavoro tendono ad escludere la formazione in età anziana, considerandola un investimento, umano e aziendale, poco redditizio. Il problema va invece affrontato a metà carriera, quando il principio del life long learning può essere più facilmente accettato, mentre è necessario dedicare attenzione alle esigenze specifiche degli anziani, nell’impegno delle agenzie pubbliche e private e anche nei metodi didattici.

E’ inoltre necessario facilitare il ritorno al lavoro, sia degli ultracinquantenni che perdono il posto e che oggi hanno difficoltà crescenti a trovare un altro impiego, sia degli anziani che comunque desiderano ritornare dalla inattività a forme di vita produttiva: un processo che attualmente riesce solo a un anziano su venti e che invece corrisponde al bisogno della terza età di godere della maggiore autonomia garantita dalla pensione per fare nuove esperienze, senza però recidere completamente i legami col mondo nel quale si è vissuto.

Il punto, almeno per i paesi più avanzati, sembra essere proprio questo. E’ bene che gli anziani rimangano più a lungo nel mondo del lavoro, ma non è detto che debbano continuare a fare la stessa cosa che hanno fatto per tutta la vita, tanto meno con gli stessi modi e con gli stessi tempi. L’ageing society pone dunque una grande sfida di flessibilità.

Una cosa comunque è certa: le scelte future non potranno essere calate dall’alto, perché gli anziani stanno diventando consapevoli della loro forza politica. “Nuestros votos no se jubilan”, i nostri voti non si pensionano, è il motto del Ceoma, la Confederazione che in Spagna riunisce le organizzazioni degli anziani. E non si limita a chiedere la tutela del reddito o una maggiore attenzione per le esigenze della terza età: in occasione delle prossime amministrative, ha inviato una lettera a tutti i partiti spagnoli chiedendo una maggior presenza di ultra64enni nelle liste. E’ solo un esempio, ma indica che dopo le quote rosa, potremmo avere anche le quote d’argento.

Articolo pubblicato dalla rivista East n. 11

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