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Public Policy

Bancarotta politica, più che economica

L'infarto

E' necessario che chi ha ancora lucidità e responsabilità si faccia carico di una reazione

di Davide Giacalone - 31 ottobre 2011

L’Italia non corre il rischio della bancarotta economica, e non perché, come si ripete a pappagallo, siamo troppo grossi, quindi è troppo rischioso (per gli altri) vederci affondare, ma perché siamo forti, ricchi e capaci di navigare i mercati. L’Italia rischia la bancarotta politica, perché il motore legislativo e governativo è inceppato da anni, incapace di trasformare in energia motrice la forza del Paese e infestato da una faziosità politica oramai degenerata in rissa personalistica. L’infarto politico cui andiamo incontro non può essere curato cercando di escludere la politica dal circuito decisionale, così come l’infarto cardiaco non si cura rinunciando al cuore, ma s’impone una reazione, anche vivace, di quanti abbiano conservato lucidità e responsabilità. Non ci sono alternative, perché il pollaio rissoso e inconcludente al quale abbiamo consegnato la politica sta a sua volta consegnando l’Italia al ruolo di capro espiatorio delle colpe e delle insufficienze europee. Laddove ci sono debolezze strutturali dell’euro e deficienze istituzionali dell’Unione europea, laddove i guai sono stati creati da una gestione dissennata della crisi, ad opera di un incapace asse franco-tedesco (autonominatosi guida d’Europa, senza averne né meriti né legittimità), noi stiamo consegnando l’alibi che siccome Silvio Berlusconi non è più credibile è agli italiani che si può mettere tutto sul conto. Dalle nostre parti, per giunta, c’è un folto gruppo d’irresponsabili che pensano così di regolare i conti interni, danneggiando gli interessi nazionali nel mentre si drappeggiano con inutile retorica circa il bene collettivo. Riordiniamo le idee. Il governo Berlusconi è nato per volontà popolare ed è stato sostenuto, innumerevoli volte, dalla fiducia parlamentare. Queste sono le fonti della sua legittimità. E’ normale che ci sia chi vuol farlo cadere, non è accettabile che si pensi di farlo in barba alla Costituzione, o supplicando l’interessato di andar via da sé solo.

Il fatto politico, però, è che il governo è già caduto da molto tempo. Quel che c’è al suo posto è l’eco di un esecutivo cui non si è stati capaci di trovare né alternativa né sbocco elettorale anticipato. Per capire meglio guardiamo dentro un problema specifico, quello delle pensioni: in maggioranza ci sono sia Giuliano Cazzola che Umberto Bossi, all’opposizione ci sono Enrico Morando, Matteo Renzi e (c’era) Nicola Rossi, ma anche Cesare Damiano che ancora difende la porcheria dell’abolizione dello scalone Maroni. Non ho citato i nomi degli inguardabili, proprio perché si deve smetterla di parlare agli stomaci e provare a usare i cervelli. Pur essendo tutte persone dabbene, questi signori dovrebbero essere divisi: Cazzola e Rossi da una parte, Damiano e Bossi dall’altra. Invece sono divisi per pregiudiziale personalistica (Berlusconi) e i riformisti ragionevoli sono ostaggi dei massimalisti incoscienti. Questo porta all’infarto.

Secondo la Costituzione i signori riformisti potrebbero ben abbandonare le fedeltà di gruppo e mettersi assieme, dando vita a un governo ragionevole, ma la legge elettorale non è affatto coerente con l’architettura costituzionale e assegna un premio di maggioranza, togliendo elasticità al sistema politico. Tale problema è stato in parte risolto da Berlusconi stesso, che oggi si regge con voti parlamentari che raccolsero il consenso di cittadini che gli erano avversi. E allora? Allora la seconda Repubblica è morta di già e si deve procedere alla tumulazione, altrimenti il funerale lo fanno all’Italia. Come? Si voti, in fretta, e le persone sensate si facciano eleggere promettendo non di divenire soldatini d’un bipolarismo ottuso e inconcludente, ma affermando d’essere pronti a redigere le regole della terza Repubblica. Che potrà essere bipolare, se ci riuscirà, solo a condizione che non sia tribale. Come l’attuale. Dopo di che molte cose utili, necessarie e urgenti potranno farsi in un batter di ciglia, laddove oggi, invece, s’è costretti a marcire in una rissosità senza costrutto. Ripeto: se non lo faremo noi lo faranno altri al posto nostro, restituendoci un Paese destinato a dilaniarsi e a non contare un piffero nonostante la propria forza, ricchezza e laboriosità.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario