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Public Policy

È ora di far nascere la Terza Repubblica

L'indecenza è al potere

Siamo all'agonia di una lunga stagione. Archiviamo la seconda Repubblica

di Enrico Cisnetto - 06 aprile 2011

Ripugnante. Sconfortante. Sono tante, troppe, le definizioni drammatiche che si possono usare per descrivere il disastro provocato dall’artificiale mantenimento in vita (si fa per dire) di un sistema politico ormai putrefatto e di un assetto istituzionale così logorato da non vederne neanche più la trama originaria. C’è molta stanchezza nello scriverne, lo confesso. Intanto perché sento dentro di me tutta la frustrazione di chi aveva avvertito per tempo dei rischi che si correvano – nello specifico fin dalla nascita della Seconda Repubblica, anzi prima ancora che accadesse, nel maledetto biennio tra il 1992 e il 1994 – e tuttavia non è stato per nulla ascoltato. E in secondo luogo, perché trovo non meno deprimente lo sdegno rilasciato a piene mani da chi non ne ha proprio titolo.

Non solo perché arriva tardi, o perché pretende di esente da responsabilità quando invece ha partecipato al banchetto fino a ieri. Ma soprattutto, perché si ostina a non vedere che la crisi è sistemica, non frutto del caso (l’involuzione della destra e della sinistra) o della sfortuna (l’esistenza di Berlusconi). Voglio dire che se abbiamo una classe politica ignorante e indecente, se il parlamento non funziona e il governo (come quelli precedenti) non governa, se il tema del costo della democrazia è irrisolto e di conseguenza continua ad essere anomalo il rapporto tra politica e magistratura – e potrei proseguire all’infinito – tutto questo è perché abbiamo scelto un sistema politico e una normativa elettorale impropri, che sottendono una precisa (in)cultura politica di stampo populista, e perché abbiamo mantenuto architetture istituzionali e costituzionali proprie di un’altra epoca, sia stridenti con il “nuovismo” introdotto dal maggioritario e dal bipolarismo, sia impedenti la modernizzazione – diciamo di stampo tedesco, per semplificare – che noi “terzisti” abbiamo (inutilmente) indicato al Paese. E quando le abbiamo modificate, come nel caso del titolo V della Costituzione, lo si è fatto nel modo più sbagliato.

Anche per questo c’è da farsi il fegato grosso quando si sente dire dia benpensanti “ci vorrebbe più dialogo”, “i politici sono troppo litigiosi” e altre ovvietà simili. Non perché non si avverta il bisogno di tutto questo, anzi, ma perché non si può plaudire alla scomparsa dei partiti, dopo averli bollati come il peggiore dei mali possibili, non si può votare in massa per l’abolizione del sistema proporzionale (bastava modificarlo aggiungendo lo sbarramento, e introdurre la sfiducia costruttiva), non si può volere la personalizzazione della politica riducendo le proprie opzioni elettorali per questo o quel candidato premier (cosa peraltro incompatibile con l’attuale dettato costituzionale), non si può immaginare virtuosa la riduzione del gioco politico a due (poli o partiti che siano) nel paese dei guelfi e ghibellini, non si può volere tutto questo e poi lamentarsi se tutto si riduce solo allo scontro tra berlusconismo e anti-berlusconismo, e per di più con modalità e toni a dir poco volgari.

Ho letto alcune dichiarazioni di Walter Veltroni, giustamente angosciato, in cui si definisce Berlusconi “una tragedia per l’Italia”. Ma non era lui, da leader del Pd, a insistere per la legittimazione reciproca dei due poli, fino ad arrivare al bipartitismo, sulla base dell’ineluttabilità dello schema bipolare? Non era lui che predicava il bipolarismo temperato, sostenendo che quello armato era figlio solo di un ritardo di maturazione. E non era sempre lui quello che scelse l’alleanza con Di Pietro, cioè proprio con chi in questi anni ha fornito il più grande aiuto a Berlusconi, regalandogli le stigmate della vittima della persecuzione mediatico-giudiziaria?

Insomma, “chi è causa del suo mal pianga se stesso”, recita un detto molto saggio, utile come non mai a descrivere motivi e responsabilità della situazione drammatica che l’Italia sta vivendo, proprio nel momento in cui festeggia – con eccessi di retorica, visto poi com’è la pratica – i suoi 150 anni di vita unitaria. Ma questa constatazione non deve toglierci la voglia, la forza e la pazienza di trovare una soluzione. Andare alle elezioni a giugno, suggerisce Casini con non poche ragioni. Certo, le elezioni interromperebbero questa spirale maledetta.

Ma sarebbero fatte con questa legge elettorale assurda e con questo personale politico meno che scadente, e si terrebbero in questo clima di esasperazione e di scontro. Dunque, non è detto che segnino la discontinuità che è necessaria. Occorre qualcosa di più.

Occorre che la parte sana del Paese abbia un sussulto, ed esprima un disegno riformatore più compiuto. Ma per ottenere questo risultato bisogna che il Polo per l’Italia faccia da ostetrica e balia. Suggerimento a Casini e agli altri: convochiamo gli “stati generali” della Terza Repubblica. Subito.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario