ultimora
Public Policy

Il Paese a rischio rivolte

L'illusione e i roghi

A furia di rinviare le decisioni si rischia si dar ragione a Casaleggio

di Davide Giacalone - 23 luglio 2013

Il governo Letta-Alfano è diventato un’illusione ottica: nel costante tentativo di evitare scelte che comportino perdite di consenso, o di faccia, per ciascuno dei suoi riottosi componenti, induce a credere che i più spinosi problemi consistano nei rapporti fra quegli stessi soggetti. Che sono, invece, pressoché irrilevanti. Da quelli dipende la stabilità del governo, ma nulla hanno a che vedere con la stabilità dell’Italia. L’illusione è pericolosa, anche perché finisce con il conferire realismo a quanti prevedono roghi, anche quando, come nel caso di Gianroberto Casaleggio, appartengono alla categoria degli incendiari e non dei pompieri.

Per concretizzare la portata del pericolo usiamo due temi: la vendita del patrimonio pubblico e la riforma del catasto, con annesse tasse sugli immobili. Sul primo il ministro dell’economia, Fabrizio Saccomanni, in quel di Mosca, non si limitò ad annunciare la possibile dismissione di Enel ed Eni (salvo poi smentire), ma anche l’utilizzo di quelle partecipazione come garanzia collaterale al debito. Strada pericolosissima e che denota una preoccupazione molto forte su come i mercati valutano la nostra affidabilità. O un drammatico abbaglio. Per evitare di arrivare a quel punto, che ci toglierebbe anche la proverbiale canna del gas, si deve abbattere il debito. Esclusa la via fiscale, che è uno svenamento suicida, resta quella delle vendite, ma fin qui siamo alle chiacchiere.

Se si vendono aziende (Poste, Ferrovie, Rai, di cui nessuno parla e che invece va venduta) è evidente che non solo si attirano capitali in Italia, ma anche si chiamano gestioni che punterebbero ad aumentarne la produttività. Il che significa anche licenziamenti. La politica scappa anche solo a sentirne parlare, ma dimostra viltà mista a incoscienza. Ove così non si proceda, difatti, quelle aziende andranno fuori mercato, più di quanto non lo siano, il loro costo a carico dell’erario aumenterà, divenendo insostenibile, sicché i licenziamenti futuri saranno più massicci e meno utili di quelli che si dovrebbero fare ora. Non affrontare il tema significa alimentare l’illusione, a disvelamento della quale intere fasce di lavoratori prendono fuoco.

Se si vendono gli immobili bisogna che gli acquirenti possano valorizzarli. Per vendere occorre che ci siano acquirenti, che esistono, ma a condizione di potere guadagnare, nel tempo. Esempio: ci sono uffici e caserme nei centri storici, che sono disfunzionali e potenzialmente preziosi, li vendi se ne consenti lo sfruttamento commerciale, mentre se non rimuovi i vincoli, e non offri garanzie in tal senso, non vendi niente a nessuno. Diventando ogni giorno più povero. Sento un’originale obiezione: vendere ora non conviene, perché il mercato è basso. Rispondo in due modi: a. così procedendo sarà sempre più basso, meglio affrettarsi; b. è basso per lo Stato, ma anche per i privati costretti a vendere per pagare il fisco e la previdenza. Non c’è ragione per cui il patrimonio dello Stato, mal gestito, sia tutelato più di quello privato.

Riformare il catasto è giusto, dato che quello esistente è irreale. Ma se la riforma viene presentata, come ieri si faceva, quale rivalutazione delle rendite e non abbattimento delle aliquote si otterrebbe un solo risultato: il suicidio immobiliare di massa. Né mette di buon umore la straordinaria cretinata di accorpare l’Imu in un’imposta unica, giacché i ministri per caso, forse, non sanno che la “u” di Imu sta per “unica”. A questo intrallazzismo parolaio non crede nessuno.

Affrontare le scelte significa dire, semmai: la pressione fiscale è troppo alta e la faremo scendere sia abbattendo il debito (vedi sopra) sia tagliando la spesa; il costo dello Stato deve essere portato dall’attuale 50% del pil a un più sostenibile 30; ci vorrà del tempo, ma in questo tragitto ci può anche stare che il peso fiscale si sposti alleggerendo i redditi e appesantendo il patrimonio. Ma mai e poi mai la seconda cosa può essere fatta senza avere anticipatamente fatto la prima.

Le scelte comportano conflitti con gli interessi colpiti, quasi tutti pendenti dalla spesa pubblica corrente. Che è il nostro cancro. Se il governo li scansa, alimentando l’illusione ottica che il vero problema sia il conflitto fra correntucole sbandate e cieche, forse sbarca la giornata, ma innesca il timer di conflitti più vasti, destinati a scoppiare quando si avrà meno forza per dominarli. E’ questa la politica ideale dei governi che portano le democrazie al massacro.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario