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Public Policy

La vera spending review

Licenziare Cottarelli

È compito della politica ridurre e riqualificare la spesa pubblica. Un commissario esterno, pur volenteroso, non serve a nulla

di Enrico Cisnetto - 28 marzo 2014

Caro Renzi, visto che per tagliare i costi vuoi cominciare col risparmiare sugli stipendi di manager e commis di Stato, fai una bella cosa: “rottama” il commissario alla spending review. Così risparmi ben 258 mila euro annui. No, non ce l’ho con Carlo Cottarelli, anzi. Ce l’ho con chi – e non è Renzi – ha avuto la cervellotica pensata di nominare un commissario che con un lanternino si mettesse a cercare eccessi di spesa e sprechi. Ma non per i 258 mila euro, che queste sono le miserie populiste cui si attaccano coloro che non hanno idee in zucca. Il vero problema sta nell’aver concepito l’idea che il governo potesse delegare il compito di ridurre e riqualificare la spesa pubblica – perché di entrambe le cose c’è bisogno, in Italia – ad un soggetto privo di rappresentanza e responsabilità politica. E non solo perché ciò denuncia la tendenza della politica a sfuggire ai propri obblighi, cosa che contribuisce in modo devastante al processo di delegittimazione delle istituzioni già in atto, ma anche e soprattutto perché non è così che si ottengono i risultati che si dice di voler perseguire. Per dirla renzianamente, delegare ad un commissario è tutto meno che “rivoluzionario”.

La verità è che l’obiettivo primario sono le riforme di sistema, mentre la riduzione della spesa è un obiettivo secondario. Nel senso che è conseguenza delle riforme stesse. E queste non possono che essere concepite e realizzate da governo e parlamento. Inoltre, le riforme sono la migliore garanzia che non si procede a tagli lineari, che sono quanto di più sbagliato e diseducativo si possa immaginare. O, viceversa, che interventi di natura legislativa – come, per esempio, i tagli alle pensioni indicati nello studio presentato da Cottarelli al governo – non siano concepiti al di fuori delle sedi istituzionali proprie.

Facciamo un esempio. Il grosso della spesa è in capo agli enti locali e in particolare alla sanità regionalizzata. Ora il commissario può anche scoprire che la siringa e i cerotti in Calabria costano molto di più che in Lombardia, ma la questione va affrontata alla radice a monte. Ha senso che esistano venti sanità diverse? Ha funzionato il passaggio delle competenze alle regioni, visto che ben sei sono commissariate e almeno altrettante dovrebbero esserlo? E più in generale, c’è da domandarsi e abbia senso un decentramento amministrativo che per un paese di 60 milioni di abitanti e con un territorio sì difficile, ma grande quasi la metà della Francia e un sesto di meno della Germania, si permette il lusso di 20 Regioni, 110 Province, 8100 Comuni (di cui il 70% sotto i 5 mila abitanti, raccogliendo solo il 17% della popolazione), un’articolazione dei centri urbani fatta di Comitati di zona, Consigli di quartiere e di delegazione, Municipi, cui si aggiungono migliaia di enti vari di secondo e terzo grado, dalle Comunità montane ai Consorzi di bacino. Il tutto per una spesa, sanità compresa, che è un terzo esatto di quella totale e maggiore di quella dello Stato centrale, e che per di più cresce ad un ritmo decisamente superiore (dal 1990 al 2010 l’incremento dei costi del decentramento è stato mediamente del 130%, con punte del 167% degli enti sanitari locali e del 175% delle Province). Ora, il tema non è intervenire con tagli lineari su questi centri di costo, bensì riprogettare l’intero impianto del decentramento – cosa che è ben di più e ben altro rispetto al pur apprezzabile sforzo sulle province promosso dal ministro Delrio – per dare efficienza alla macchina amministrativa e ripensare il fallimentare sistema sanitario. Sapendo che questi interventi producono “anche” rilevanti risparmi di spesa. Ed è del tutto evidente che un lavoro del genere non può certo essere affidato ad alcun commissario, chiunque esso sia. Neppure fosse il miglior tagliatore di costi del mondo e per di più lavorasse gratis.

Diversa è la questione della misurazione dell’efficienza ed efficacia della spesa. Di tutta la spesa pubblica, anche quella che non si intende tagliare. Sono spesi materialmente bene i soldi che sulla carta paiono essere spesi bene, cioè per un buon e giustificato motivo? Qui dovrebbe essere responsabilità di ciascun ministero cui è intestata la titolarità della spesa fare una valutazione. E se proprio si vuole che siano soggetti “terzi” a misurare la customer satisfaction, ce ne sono già due che possono, e per certi versi debbono, fare questo lavoro: la Ragioneria Generale e la Corte dei Conti.

Ecco le vere “rivoluzioni”, caro Renzi, che ti aspettano. Tutto il resto è fuffa. Che non è buona nemmeno a procurar voti, perché gli italiani mica sono scemi. E se proprio si fanno convincere da un imbonitore populista, preferiscono un professionista come Grillo.

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