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Miti e realtà di una celebrazione difficile

Liberarsi del '68?

Dal tutto è politica all'antipolitica, un salto lungo quaranta anni

di Elio Di Caprio - 05 febbraio 2008

Tutta colpa del" 68? Anche il declino in atto o temuto, anche il Berlusconi sempre lì, anche questo bipolarismo sfatto che si ricompone per vincere e non governare tanto per allungare la transizione italiana che nessuno sa se e dove avrà termine? Se non ci fosse stato il "68...

Con tutti i problemi che abbiamo ancora ne scarnifichiamo il mito per trovare i motivi di continuità e discontinuità. C"è chi lo vuole rovesciare ( come Sarkozy in Francia) e chi lo vuole resuscitare come spirito indomito e perenne di rivolta contro le ingiustizie del mondo. Meglio allora demitizzarlo non come "68, ma come "67 più uno – lo propone ora il disincantato Giuliano Ferrara- o forse, ancora meglio, come "69 meno uno. Almeno così ci risparmieremmo le retoriche di celebrazione del quarantennale.

E" paradossale, ma non tanto, che sia sopravvissuta e sia ancora in cattedra quella generazione di “maestri del pensiero” di sinistra che si è fatta le ossa con la contestazione ed il "68, ha discettato in tremila assemblee sul comunismo dell"avvenire preso in prestito dalle esperienze di Mao e Fidel Castro ed ancora pretende di guidarci al cambiamento. Solo ora “riscopre” i problemi terra-terra del declino italiano, offre le ricette per un prima inversione di tendenza, invoca il ritorno della meritocrazia ed il recupero del senso o addirittura dell"autorità dello Stato.

Ma nell"ubriacatura ideologica durata in Italia quasi venti anni prima e dopo il 68 chi avrebbe mai avuto il coraggio di parlare di merito e non di uguaglianza o di senso dello Stato da riscoprire a fronte del vero problema delle ingiustizie universali che solo la lotta di classe avrebbe potuto risolvere e sconfiggere? Chi avesse difeso tali concetti non avrebbe avuto diritto di cittadinanza nel conformismo di massa di quegli anni.

Non c"è stata, grazie al "68, la liberazione delle masse dalla schiavitù capitalista e tanto meno una riduzione delle distanze sociali, il liberalismo ha soppiantato il socialismo. E" restata solo la liberazione individualista che, portata all"estremo, ha fatto perdere di vista proprio le precedenti costruzioni sociali condivise, di classe o nazione che fossero. Può essere stato un progresso o un regresso a seconda dei punti di vista. Certamente è stato un passaggio obbligato al cambiamento ed una sorta di modernizzazione, come tale recepita da gran parte dei Paesi europei. Ma l"est europeo -basterebbe ricordare la Primavera di Praga del "68 -era su tutt"altra linea, ambiva ad uscire da quel socialismo di Stato che da noi era invece visto come mito d"approdo per costruire una società egualitaria.

E" vero che in Italia c"è ancora qualche “sopravvissuto” che vorrebbe portare a Roma la salma di Lenin, il fondatore della prima rivoluzione mondiale comunista, ma il dibattito politico odierno ha lasciato i temi alti.

Il declino è rappresentato anche da un ripiegamento totale sui problemi del cortile di casa, su Prodi e Berlusconi, su quello che fanno e faranno Mastella e la magistratura, sulla rivoluzione (ritrattata) annunciata dal “predellino” della Mercedes di Berlusconi, su chi sarà colpito dalle prossime intercettazioni telefoniche. Fuori sembra che non ci sia più nulla, né il Kossovo, né l"Afganistan, né la Cina, né le elezioni americane. Come parlare di temi ideologici di grande respiro quando la spazzatura non ricopre solo Napoli ma simbolicamente tutta l"Italia al cospetto delle altre nazioni europee e del mondo intero? Neanche la Lega Nord riesce a prendere le distanze dalla spazzatura comune e a pretendere di rappresentare un"”altra” Italia.

Bisogna fare i conti con questa realtà. Nel "68 tutto era “politico”, guai ad immaginare che esistesse uno spazio privato che si sottraesse alla presa totalitaria della politica e dei miti ideologici che le stavano dietro. Ora, dopo quaranta anni, siamo al vento dell" anti politica. Uno spirito del tempo tipo "68 non sarebbe neppure immaginabile. Eppure si pretende che la politica riprenda i suoi spazi e dia un senso di direzione alla vita collettiva. Ma chi è in grado di svolgere tale compito in maniera credibile? Prodi o Berlusconi o Veltroni?

E" qui la crisi attuale che certamente ha o può avere qualche ascendenza anche in avvenimenti lontani. Per cominciare a uscirne bisognerebbe liberarsi insieme dei nostalgici del "68 e dei Mastella di turno, dei miti astratti che hanno fatto il loro tempo e del provincialismo di bottega che attanaglia l"Italia e non riesce mai a tramontare.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario