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L'ullusione della crescita

Liberalizzazione e crescita

Questo decreto difficilmente aiuterà l'Italia ad uscire dalla recessione

di Enrico Cisnetto - 23 gennaio 2012

Mentre il governo varava il decreto sulle liberalizzazioni, un altro pezzo di made in Italy, l’ennesimo nel settore agro-alimentare, prendeva la strada dell’estero: la Ar Alimentari, con 300 milioni di fatturato primo produttore italiano di pomodoro pelati, è passata sotto all’inglese Princes, a sua volta controllata dal gigante giapponese Mitsubishi. Si allunga così la lista dei piccoli gioielli del nostro capitalismo che sono passati in mani straniere, mentre incombono destini non italiani anche per grandi realtà industriali come la Fiat e pezzi importanti di Finmeccanica. Non c’è bisogno di essere protezionisti, cosa anacronistica nell’era dell’economia globale, per capire che tutto ciò non favorisce certo quella veloce uscita dalla recessione che il governo si è prefisso. Non è un caso, infatti, che solo qualche giorno fa il Fondo Monetario abbia rivisto in modo pesantemente negativo le stime sull’Italia, portando al 2,2% la perdita di pil nel 2012 e allo 0,6% quella per l’anno prossimo.

Insomma, due anni di recessione dopo i due (2008-2009) dovuti alla crisi mondiale: se così fosse l’Italia sarebbe l’unico paese dell’area Ocse a sommare quattro anni di recessione in un quinquennio, con un depauperamento della ricchezza di ben otto punti (6,5% nel 2008-2009 più 2,8% nel 2012-2013, meno la crescita dell’1,3% realizzata nel 2010). Per questo appare davvero fuori luogo, anche se psicologicamente comprensibile, la scelta del target che il consiglio dei ministri ha voluto dare ai provvedimenti varati venerdì – “nel breve periodo, consentiranno di traghettare l’economia nazionale fuori dalla spirale recessiva e, nel medio-lungo periodo, di allinearla ai ritmi di crescita dei partners europei e internazionali” – tanto più che si è voluto quantificare (“il pil potrebbe salire dell’11%, i consumi dell’8% e i salari reali di quasi il 12%”). Palazzo Chigi cita uno studio dell’Ocse, ma quei dati sono la somma di due vecchi papers, di Confindustria e Bankitalia, che articolavano la proiezione nel decennio successivo nel caso di una totale liberalizzazione (stile Thatcher), cioè cosa assai diversa dal pur apprezzabile sforzo fatto dal governo Monti. E comunque stiamo parlando di dieci anni. Un tempo infinito se si considerano le emergenze dell’oggi.

Rischia dunque di essere pericolosamente illusorio credere che il decreto liberalizzazioni ci regalerà non dico la crescita, ma anche solo l’uscita dalla recessione. Ci vuole ben altro. Occorrono, nel breve, almeno altre quattro cose. Primo: un’iniezione di liquidità. Cosa che può dare solo la decisione di mettere subito in pagamento i 70 miliardi di fatture non pagate da parte delle pubbliche amministrazioni. Anche con Bot e Btp, ma si paghino. Secondo: alcune scelte su aziende e settori strategici, con il coraggio di una forte innovazione che inauguri una nuova stagione di politica industriale a difesa degli interessi nazionali. Terzo: una revisione (modello Ichino) del mercato del lavoro e del welfare, che metta fine alla stagione della cassa integrazione e apra quella del salario minimo. Quarto: investimenti in conto capitale. Il tutto tagliando di sette punti (dal 52% al 45%) la spesa corrente e facendo una manovra sul debito facendo leva sul patrimonio pubblico e privato. Non so quanto faccia in termini di pil, ma certo fa di più delle pur necessarie liberalizzazioni.

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