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Appuntamento al 2015

L'Expo è l'occasione della svolta per l'Italia

Da qui all’Expo serve una battaglia campale e pubblica su fisco e burocrazia.La sconfitta non è ammessa.

di Davide Giacalone - 10 luglio 2013

L’Expo del 2015, che si terrà a Milano, può ben essere un’occasione di rilancio dell’Italia. Non nel senso che si debbano aspettare due anni, ma che si debba metterli a frutto. A partire da subito. Nel 2010, all’Expo di Shangai, il padiglione italiano era il più bello, nonché il più visitato dopo quello cinese. Un nostro prodotto, “Italia degli Innovatori”, è stato considerato, dal comitato organizzatore, come il migliore fra tutti, avendo anche il pregio di offrire una vetrina al vero humus della nostra forza produttiva: le piccole e medie aziende. Vetrina che divenne permanente, prima di essere distrutta. Dopo cinque anni, in Italia, abbiamo il dovere d’essere all’altezza di quel che fummo allora.

Per riuscirci dobbiamo prima di tutto prendere coscienza di quali sono i nostri punti di forza. Dobbiamo puntare su una realtà che contraddice nettamente l’immagine diffusa. Di noi e da noi stessi. Nel mettere a fuoco questa realtà, come rifarò fra breve, non ci si deve dimenticare dei nostri guasti. Ed è presto detto: all’Expo arriveremo con un commissario governativo che lo gestisce e un altro commissario nominato per allestire il padiglione italiano. Due casi di clamoroso insuccesso amministrativo, che dimostrano ancora una volta l’incapacità italiana di funzionare in condizioni normali. Né si può prendere la scusa dei contrasti politici e dell’innata faziosità, perché l’Expo è stato conquistato e covato quando il centro destra aveva il governo nazionale, quello regionale e quello comunale. Non ha funzionato. Il coma amministrativo, il sadismo burocratico, l’accavallarsi delle competenze e il morbo dell’irresponsabilità sono i mali che soffocano l’Italia. Tollerandole viviamo in condizioni eternamente emergenziali e con funzioni o inefficienti o commissariate (e una cosa non esclude l’altra). Su questa roba occorre passare con il tritasassi.

Posto ciò, l’Italia non è la Cenerentola dell’economia mondiale. Nonostante lo starnazzare di tante sorellastre indaffarate a far danno. I dati della Fondazione Edison ci dicono che per 235 prodotti ci collochiamo al primo posto, nel mondo, per saldo commerciale, con un guadagno di 63 miliardi (cifre in dollari). Per 390 al secondo, portando a casa 74 miliardi. Con i 321 del terzo posto di miliardi ne guadagniamo 45. Al quarto e quinto posto piazziamo 492 prodotti, facendo cassa per 38,5 miliardi. Dei 63 miliardi guadagnati con il primo posto ben 31,6 vengono dai settori dell’automazione meccanica, della gomma e della plastica. Il Made in Italy è certamente moda e casa, ma è altrettanto certamente molto altro. A dispetto del racconto autocommiserativo che facciamo a noi stessi.

Nella parte in cui abbiamo colto la globalizzazione come opportunità, anziché subirla come malasorte, in quel che abbiamo stretto i denti e continuato a correre, anziché accoccolarci piagnucolosi, siamo potenza produttiva di primaria grandezza. Nel G20 solo cinque paesi hanno un surplus di commercio estero nei prodotti manufatti non alimentari: Cina, Germania, Giappone, Corea e noi.

L’Expo sarà dedicato a “nutrire il pianeta”. L’industria alimentare italiana è animata da 6250 aziende con più di 9 addetti, producendo un fatturato di 130 miliardi l’anno (in euro). L’esportazione è cresciuta anche nel 2012, sfiorando i 25 miliardi. Questa è l’Italia che corre, ma che non va ammirata come se fossimo alle olimpiadi. Semmai siamo nel pieno di una gara di sopravvivenza, perché sulle spalle di questi corridori grava il fardello di un peso fiscale intollerabile e di una zavorra burocratica devastante. Sul conto dei nostri campioni va messa anche la peggiore giustizia d’occidente, che è una gran pacchia per profittatori e parassiti, ma una condanna senza processo per chi ha bisogno di un mercato funzionante, quindi non solo regolato, ma anche sanzionato laddove sgarra.

Prendere un aspetto senza l’altro serve solo ad alimentare l’ottimismo beota o il pessimismo ottuso. Vanno tenuti costantemente davanti agli occhi, entrambe, e vanno fatti conoscere, fin nei più truci particolari. E’ il solo modo affinché l’Italia che corre vinca su quella che le stronca le gambe. Ogni volta che la pressione fiscale cresce e la spesa corrente rimane senza domatore c’è un brano di carne che viene strappato dalle gambe di chi ancora ci rende grandi. Ogni volta che una procedura burocratica non viene semplificata, digitalizzata e resa trasparente c’è un cazzotto nel fegato che toglie il fiato a chi compete. Come il cancro, fisco e burocrazia sono vitalissimi e difficili da debellare, ma il loro trionfo porta la morte. Il tempo da qui all’Expo sia il tempo di una battaglia campale e pubblica, che non ammetta sconfitta.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario