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Politica economica deve cambiare passo

Letta deve continuare, ma cambiando marcia

Fra la politica autoreferenziale e l'illusione della ripresa, si rischia di perdere l'ultima chiamata

di Enrico Cisnetto - 26 agosto 2013

Chi eventualmente si assumerà la responsabilità di aprire la crisi di governo – e non potranno che essere in solido tutti coloro che non avevano messo in preventivo ciò che è successo con la sentenza Mediaset e dunque non ne hanno prevenuto le conseguenze – si macchierà di una doppia colpa. La prima, scontata, sarà quella di contribuire a far sì che un Paese che viene da una crisi senza precedenti, somma tra la fine convulsa di un sistema politico ventennale (senza che si sia minimamente profilato il dopo) e una recessione che a dicembre ci avrà portato via 10 punti di pil (in 16 trimestri in rosso su 24 degli ultimi sei anni) e un quarto della capacità produttiva industriale, e che non sta affatto vedendo la luce in fondo al tunnel, si avviluppi ancor più intorno a questioni politiche del tutto autoreferenziali. La seconda, cui finora pochi hanno badato, è quella di legittimare il concetto che per motivi di “sporca politica” si butta a mare un buon governo. Giudizio non proprio fondato: i motivi sono biechi, ma a cadere sarebbe un esecutivo di scarsa capacità di incidenza sui problemi strutturali. Un governo tanto indispensabile quanto deludente, che ha fatto dei piccoli passi, della mediazione preventiva e del rinvio la propria cifra, quando invece si richiedeva (e si richiede) ben altra strategia.

In quest’ultima fase, poi, il governo si è attaccato all’idea che la ripresa sia a portata di mano. Ora, come dimostrano gli ultimi dati Ocse, è vero che nell’Eurozona è in atto una “ripresina”, ma è altrettanto vero che essa non riguarda l’Italia. Qualcuno ha azzardato il pronostico che nel secondo semestre il nostro pil avrebbe ripreso a crescere: lo speriamo, ma finora non c’è un indicatore che uno dell’economia reale, dai consumi agli investimenti, che lo faccia presagire. Altri, come Cipolletta, fanno riferimento all’esaurirsi delle scorte di magazzino, cosa che avrebbe indotto negli ultimi mesi il miglioramento della produzione industriale. Ma intanto parliamo di una minore caduta, e poi si tratta di un piccolo ciclo, destinato a fermarsi se la domanda interna non riparte e se quella estera (che potrebbe ora risentire delle difficoltà dei paesi Brics) non è tale da invertire da sola il trend negativo. Inoltre, Bankitalia dice che i capitali fuggiti stanno rientrando: bene, ma si tratta di vedere se e quando diventeranno denari al servizio delle imprese.

Sappiamo bene che la crescita non si ottiene per decreto, ma sappiamo altrettanto bene che ci sono molte cose che un governo conscio del proprio ruolo potrebbe fare per creare le precondizioni della ripresa. Ora, senza stabilità è evidente che queste cose non possono essere realizzate, ma è pur vero che stabilizzare la politica dei piccoli passi o del rinvio non è un gran guadagno. Abbiamo bisogno come il pane di continuità nell’azione di governo, ma occorre che la politica economica messa in campo sia davvero incisiva: tagli della spesa pubblica attraverso riforme strutturali e valorizzazione del patrimonio pubblico per realizzare risorse da impiegare per abbattere significativamente la pressione fiscale e per fare investimenti strategici in conto capitale.

Sia chiaro, questa non è una sollecitazione a “rompere tutto”. Anzi, è un auspicio che il governo Letta prosegua il suo cammino. Ma cambiando decisamente passo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario