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Elezioni: cartina di tornasole

Lega legata

Per valutare il responso delle urne si devono tenere presenti quattro indicatori

di Davide Giacalone - 17 maggio 2011

Se la Lega aveva pensato di fare dell’appuntamento amministrativo l’occasione per guadagnare spazio e autonomia interna alla coalizione di centro destra, occorre prendere atto che le cose sono andate in modo diverso: il bipolarismo s’indebolisce non a vantaggio di poli terzi, ma di formazioni antagoniste presenti al loro interno. Ove questo sia il reale esito del voto, come alle prime s’intravede, il risultato politico sarebbe ben diverso, obbligando la Lega a un rinsaldato rapporto con gli alleati di governo.

Per valutare il responso delle urne si devono tenere presenti quattro indicatori: a. la sorte del quattro grandi città; b. il numero complessivo, paragonato al precedente, di città e province amministrate; c. il numero assoluto dei voti raccolti; d. i rapporti di forza interni alle coalizioni. I dati fin qui disponibili ci aiutano solo per il primo: Milano dimostra che l’incrudelimento dei toni non giova a chi amministra; Torino l’inverso, perché una buona amministrazione è stata premiata, anche grazie al fatto che il nuovo candidato non ha fatto nulla per distinguersi; Bologna che la penetrazione leghista nell’elettorato di sinistra è stata arginata; Napoli segna la distruzione del Partito Democratico. Gli altri indicatori non sono disponibili, al momento in cui scriviamo.

La Lega ha svolto la campagna elettorale sfoderando un volto moderato, pertanto inusuale. Non è stato Umberto Bossi ad alzare i toni, semmai li ha subiti. In compenso, o, meglio, in scompenso, alcuni altri candidati del centro destra si sono messi a fare gli estremisti.

Da questo punto di vista credo che il fiuto del vecchio politico e del gran frequentatore di piazze non abbia sbagliato: chi governa non può permettersi di fingere d’essere all’opposizione. Da ciò potrebbe derivare, una volta chiuse le urne, la richiesta di tornare ad avere un ruolo dominante, per non dire esclusivo, nella cabina di regia governativa. Invece il risultato indica che il centro destra vince o perde, ma in ogni caso tenendo assieme la sorte dei suoi componenti.

Gli stessi fuoriusciti dal centro destra, chi da più tempo e chi in questa legislatura, sono stati collocati fuori dal gioco amministrativo. Contano ancora nella politica nazionale, ma perché c’è un sistema dell’informazione che li tiene a galla. Quando si contano i voti, invece, sono dolori. La Lega, quindi, o sceglie di far saltare il modello bipolare, come fece nel 1994, oppure è tenuta a non provocare la rottura.

Il che vale anche per i ballottaggi, dove giocare a perdere equivarrebbe a propiziare il proprio superamento. Non è la stessa cosa a sinistra, perché lì i giochi si fanno all’interno di un partito, il Pd, ove ciascuno pensa di potere ereditare tutto. A destra, questo, possono crederlo solo gli allocchi.

Sempre usando l’unico indicatore disponibile si può dire che il centro destra ha perso, ma la sinistra non ha vinto. La campagna elettorale l’ha fatta uno solo e il risultato si riferisce a questo contesto. Anche ciò, a ben vedere, conferma che i margini di distinzione, per la Lega, non aumentano. Se non mettendo nel contro la rottura dell’alleanza e del quadro. Quando sostenevamo che valeva la pena votare prima, che sia Pdl che il Pd avrebbero avuto da guadagnare nel far ripartire la legislatura, non ci sbagliavamo. Se guardate alle parole e ai candidati della Lega e di Sel, la formazione che fa capo a Niki Vendola, e li paragonate con i candidati e le parole dei due maggiori partiti, avete l’impressione che gli estremisti siano i secondi. E non è un buon affare.

Pubblicato da Il Tempo

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