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L’incontro di <i>Aspenia </i>sull’energia al potere

L'economia chiede aiuto alla politica

L’Ue, sottomessa ai ricatti e ai suoi stessi protezionismi, si mostra sul mercato globale

di Antonio Picasso - 21 marzo 2006

Da un patto per l’Italia a uno per l’energia in Europa. L’idea è più che interessante. Soprattutto dopo l’esperienza di questo inverno, quando il nostro continente è caduto vittima del ricatto Gazprom. Accorgendosi, così, della sua scarsa autonomia in termini di materie prime e di risorse energetiche. Tuttavia, di fronte alle analisi di imprenditori e osservatori, pare che la classe politica, nella sua complessità comunitaria, non sappia o non voglia reagire. Perché il Libro verde sull’energia è stato sì un buon incipit, ma finora non ha avuto un seguito. E lo dimostrano i fatti di queste ultime settimane. Al posto di unità di intenti, l’Europa sta regredendo a nuove forme di protezionismo. Deleterie e controproducenti solo per se stessa.
E non che manchino i contributi tecnici di riferimento per tentare di risolvere la crisi. L’ultimo monografico di Aspenia, infatti – di cui oggi a Roma si è tenuta la presentazione – dipana il problema nelle sue molteplici sfaccettature: l’energia come elemento base per una giusta politica industriale e come relativamente nuova ragione di tensione geopolitica. L’Europa, a quasi trent’anni di distanza dalla grande crisi petrolifera, si trova ancora una volta a essere vittima di un ricatto. Nel biennio 1973-1974, furono i Paesi arabi produttori di petrolio a imporci le loro volontà. Oggi, a Mosca “zar” Vladimir Putin, deciso a far risorgere la Russia, dopo il collasso dell’Urss, si è reso conto che la sua forza scorre nei gasdotti che dalla Siberia arrivano a scaldare le case dell’Europa occidentale.
Ma l’Unione europea ha anche altre preoccupazioni da gestire. Per esempio, sopravvivere in un mercato globale, dove potenze economiche emergenti, quali Cina e India, drenano gas e petrolio verso i propri sistemi produttivi, lasciando a chi è in difficoltà – l’Europa appunto – solo una parte marginale delle risorse a disposizione.
Certo, nessuna obiezione si può muovere in merito alle considerazioni prettamente analitiche – e assolutamente chiare – di Scaroni, Conti e Quadrino, oggi presenti all’incontro di Aspenia. I quali hanno esposto la semplice realtà dei fatti. Gli alti costi nei consumi, la liberalizzazione del mercato interno che viaggia a velocità differenziate e la crisi del gas costituiscono la vera empasse di Bruxelles. Non ci vuole un occhio tanto acuto per capire che l’obiettivo di diventare il sistema economico più competitivo al mondo entro il 2010, come recita l’Agenda Lisbona, è fin da ora mancato. Ed è altrettanto facile intuire che il nostro Paese è – come già avviene in altri settori – il ventre molle d’Europa.
Tuttavia, preso atto della situazione, come si può risolvere questo problema che si ripresenterà già con il prossimo freddo? In parole povere, cosa si può fare? Il processo di rigassificazione e il riequilibrio del mix dei combustibili sono le due proposte che il mondo imprenditoriale all’unanimità auspica. E Aspenia ne riconosce la solidità propositiva. Quello che manca, però, è l’intervento del soggetto politico. Porre fine alla dipendenza straniera, evitare le crisi e dimostrarsi preparati a ogni eventuale emergenza significa adottare dei sistemi di intervento, ma prima ancora interpretare la situazione in una dimensione europea. Il che significa creare dei campioni non più nazionali, ma di portata continentale. Capaci di agire sull’immenso mercato internazionale, difendendo le specificità europee, ma sapendo anche cogliere le occasioni della globalizzazione. Ed era proprio questo l’obiettivo del Libro verde. Tuttavia, con i sintomi di protezionismo che si percepiscono, sembra che questo abbia intrapreso la via della cassazione. Un grave errore. Perché il nazionalismo, ormai, altro non porta che alla frammentarietà. E quest’ultima non farà che agevolare il sorpasso già in corso dei Paesi emergenti sulla Vecchia Europa.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario