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L'editoriale di TerzaRepubblica

Le vite parallele

Il berlusconismo può finire solo con la fine del bipolarismo. Dopo il Pdl, deve spaccarsi anche il Pd. E la giustizia e la chiave di volta

12 ottobre 2013

Non contenta di avere contribuito per vent’anni a sostenere Berlusconi e a diffondere il berlusconismo, la sinistra sta ora superando se stessa nel reiterare i suoi esiziali errori. Infatti, dopo il voto di fiducia al Senato e la decisione della giunta sulla decadenza da parlamentare del Cavaliere, molti esponenti del Pd e tutti i giornali schierati a sinistra si sono affrettati a celebrare la fine del “ventennio”. Niente di più sbagliato (purtroppo). Per due fondamentali motivi. Il primo è che Berlusconi è politicamente finito già dal 2011 – dall’estate, se Alfano e Maroni avessero approfittato della sua debolezza e di quella di Bossi di allora per “pensionare” i due “vecchietti”, e poi dall’autunno quando lo spread lo costrinse a lasciare il passo a Monti – senza che nessuno sia stato capace di archiviarlo in via definitiva. L’esito infausto di una demenziale campagna elettorale, la mancata comprensione di essere minoritaria nel paese – l’Italia ha una cultura politica di sinistra, ma una forte maggioranza di elettori a destra – la subalternità al pensiero giustizialista che vuole eliminare il nemico politico per via giudiziaria, sono tutte ragioni che spiegano perché la sinistra continua a non essere capace di chiudere e superare la stagione berlusconiana. Il secondo motivo è che per superare il berlusconismo la sinistra dovrebbe accettare di superare anche se stessa per come è stata in questi due decenni, visto che il suo ruolo è stato consustanziale a quello di Berlusconi. Il bipolarismo malato della Seconda Repubblica è frutto di tutti, non di uno solo, e gli errori dell’un polo sono stati speculari a quelli dell’altro.

Cosa significa tutto questo nel contesto attuale? Per esempio, che la rottura del Pdl che i Democratici vorrebbero si realizzasse per sancire la sconfitta politica del Cavaliere, presuppone un’analoga rottura del Pd. Volete che i moderati si separino dai falchi? Cominciate a fare altrettanto voi, distinguendo i riformisti-garantisti dai massimalisti-giustizialisti. Se pretendete di rimanere tutti sotto lo stesso tetto – peraltro, solo per la strumentale ragione di poter vincere le elezioni – altrettanto accadrà sul fronte opposto, per l’identico motivo. La fine del berlusconismo non coincide con l’uscita di scena del suo inventore, ma con l’archiviazione del bipolarismo e l’apertura della Terza Repubblica. Cosa che presuppone una generale disarticolazione delle forze politiche e delle alleanze esistenti, da affrontare con coraggio e determinazione, non da considerare come una disgrazia da cui rifuggire. Tutto questo per dire che la politica italiana, a cominciare dal governo, rischia di rimanere impantanata non meno di prima dello show-down della fiducia nelle more di “larghe intese” che non riescono ad essere “grande coalizione”. Letta ha detto che ora si può distinguere tra maggioranza numerica e maggioranza politica. Sarebbe molto opportuno che fosse così, ma potrà davvero esserlo solo e soltanto quando anche nel Pd si formalizzeranno le consimili distinzioni. Per questo, il governo – oltre ad un nuovo coraggio nel programma economico, che certo non coincide con vendere un po’ di patrimonio per coprire l’eccesso di deficit – deve mostrare gli attributi sul fronte della giustizia, della legge elettorale e delle riforme istituzionali. Non mediando perché tutti ci stiano, ma scegliendo in modo che quella auspicata “maggioranza politica” si formi.

Prendiamo la giustizia ora che, dopo l’errore commesso da Enrico Letta di aver lodato lo stato di salute del diritto in Italia, il tema è tornato praticabile grazie al Capo dello Stato che lo ha preso dal lato dell’affollamento delle carceri e della necessità – sottolineata persino da un Papa e bollata da sentenze europee – di un loro ritorno a condizioni di normalità e umanità. Il che significa, nel breve, un loro significativo svuotamento, nella speranza che questo serva ad ammodernarle e renderle civili e dignitose, visto che nel migliore dei casi sono antiquate e inefficienti. Ecco, il governo deve affrontare la questione, ma evitando gli sbagli commessi nel passato, quando si sono separati i provvedimenti di clemenza da una riforma complessiva della giustizia, senza capire che solo una riforma vera può ridurre in modo strutturale il numero dei carcerati. Perché se è vero, come purtroppo è vero, che quasi la metà dell’attuale popolazione carceraria – per la precisione il 41,2% – è in attesa di giudizio, è facile capire che è solo cancellando questa mostruosità della reclusione preventiva che si può combattere in modo serio e duraturo all’affollamento. Insomma, tolta la folla di chi sconta una pena che non gli è mai stata comminata, il problema sarebbe risolto. E a quel punto l’amnistia – non l’indulto, che già nel 2006 ha dato cattiva prova – è necessaria non per le carceri, bensì per salvare la riforma dalle macerie dello spaventoso arretrato che concorre a rendere ingiusta la nostra giustizia. Ma questo presuppone che la riforma sia stata fatta, o quantomeno che marci parallelamente.

Certo, molto aiuterebbe se in seno alla magistratura emergesse quella corrente di pensiero – finora rimasta underground, ma molto più diffusa di quanto non si creda – che considera un errore, per la categoria e per la giustizia, il prevalere di quell’anima movimentista e giacobina che ha voluto ingaggiare una battaglia contro il potere legislativo e contro l’esecutivo, teorizzando il principio della giurisprudenza evolutiva con funzione latamente legislativa. Un’evoluzione, culturale prima ancora che pratica, che a sua aiuterebbe il potere politico a rendersi forte, riformatore, illuminato, liberale e lungimirante. Cioè le qualità che occorrono ad una classe politica e a un ceto di governo per fare ciò che in vent’anni nessuno è stato capace di fare.

Ma nell’attesa, il governo non rimanga con le mani in mano. Rompere con l’ala politica giustizialista è l’unico modo per mettere definitivamente in archivio Berlusconi e il berlusconismo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario