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Public Policy

Oltre taxi e farmacie

Le vere priorità

Siamo davvero sicuri che queste liberalizzazioni fossero i provvedimenti più urgenti?

di Enrico Cisnetto - 20 gennaio 2012

Stamattina il governo vara il decreto sulle liberalizzazioni. Considerata l’alta volatilità di questi provvedimenti, i cui testi variano con una velocità impressionante, prima di giudicare è opportuno attendere che la pallina della roulette abbia terminato di girare. Tuttavia, una valutazione politica si può fin d’ora esprimere. E la tradurrei in una domanda: ma perché il governo dell’emergenza finanziaria, nato per evitarci il default, dovrebbe occuparsi di taxi e farmacie? Sia chiaro, la domanda non contiene già la risposta, perché considero perfettamente legittimo che questo governo si occupi di liberalizzazioni, e sano per l’economia (asfittica) del Paese che esse si facciano. Semmai, il tema è un altro: siamo sicuri che questo decreto stia ai primi posti nella lista delle cose da fare, gerarchia che qualsiasi esecutivo si deve dare e tanto più uno privo di base parlamentare propria? È proprio una priorità? Naturalmente è possibile rispondere a questa domanda con un “dipende”: sì se il decreto è ben fatto e si occupa di questioni strategiche, no in caso contrario. Ma rimane il fatto che non vedendo ancora all’ordine del giorno nulla che riguardi il tema cruciale della riduzione del debito – da cui dipende la nostra salvezza, sia per evitare la disfatta dell’euro sia, ancor più, nel caso che crolli tutto e si debba tornare alle monete nazionali – è difficile considerare prioritarie le liberalizzazioni, quale che esse siano. Prevengo l’obiezione: ma sul rigore di bilancio c’è stata la manovra per l’azzeramento del deficit, la cosiddetta “fase uno”, ora tocca alla crescita, e le liberalizzazioni servono a quello. Vero. Ma entrambe sono misure insufficienti. Nel primo caso, perché è il nostro problema è il debito, non il deficit, e nel secondo perché gli effetti delle liberalizzazioni non possono che essere lenti e a medio termine, mentre noi abbiamo bisogno di uscire dalla recessione al più presto. Occorre dunque far cassa mettendo in gioco patrimonio pubblico e privato, e con essa sia ridurre il debito sotto il 100% del pil sia fare investimenti in conto capitale per il rilancio dell’economia. Insomma, la priorità è la politica industriale.

Magari partendo dalla tutela di quello (poco e sempre meno) che ci è rimasto. Faccio un esempio per farmi capire: Finmeccanica e il suo possibile incrocio con Fincantieri. Sono due capisaldi del nostro capitalismo – sempre più povero di grandi imprese, tra l’altro e destinato ad essere abbandonato dalla Fiat in tempi non remoti – che vanno salvaguardati. Invece il primo è in deficit strategico, il secondo in coma da ristrutturazione senza coraggio. In entrambi i casi il nodo è l’azionista, cioè il governo, molto più che i management (peraltro scelti dal Tesoro). Ovvio che le responsabilità non possono essere attribuite all’attuale esecutivo. Ma è pur vero che prima il “caso Guarguaglini” e poi gli scioperi degli operai dei cantieri hanno posto e pongono sul tavolo di questo governo entrambi i dossier. Vogliamo allora ragionare sul da farsi? Per esempio, è ragionevole pensare che l’unico grande gruppo italiano di alta tecnologia, che esprime una valenza strategica che va oltre la dimensione industriale per diventare strumento di politica estera, possa essere sfogliato come un carciofo per far fronte ai 4 miliardi di debiti che ha accumulato? Qui non si tratta di mettere in discussione la pulizia di bilancio voluta da Orsi – anche se dei 700 milioni e rotti di write-off fatti, quelli sui contratti di lunghissimo periodo avrebbero potuto essere meno drastici – ma di valutare le conseguenze in termini di riduzione delle attività del gruppo che questi interventi provocano. È interesse del Paese rinunciare a società come STS o Breda, prima messe in vendita e poi ritirate dal mercato? Io credo di no. Ed è pensabile mettere in vendita il 55% di Ansaldo Energia, dopo aver già ceduto il 45% al fondo americano First Reserve per 450 milioni, senza prima aver definito le strategie industriali di Finmeccanica? Magari correndo il rischio di aprire le porte della nostre competenze tecnologiche a grandi gruppi stranieri, come proprio Ansaldo e Pignone (allora Eni) fecero negli anni Ottanta quando non trovarono un accordo sulle turbine a gas. E si è consapevoli che fare la “grande Selex” significa produrre un bel po’ di esuberi proprio mentre si devono gestire quelli di Fincantieri e la recessione crea disoccupazione? E come si pensa di affrontare il tema della razionalizzazione dei cantieri navali, semplicemente chiudendone alcuni punto e basta? È proprio da lasciare a marcire in qualche scrivania il vecchio progetto di unire le forze delle due “Fin”, sia per quanto riguarda il militare che il civile? E nel campo dei servizi di information e communication technology, l’Italia non ha forse bisogno di un piano che favorisca l’unione delle forze, indebolite dalla crisi e dalla concorrenza internazionale, magari partendo da proprio da Selex-Elsag?

Come si vede ci sono molte domande cui è chiamato a rispondere il governo, nella duplice veste di azionista e di custode-garante degli interessi nazionali. E mi sembrano più importanti e urgenti dei pur necessari interventi sulle licenze dei taxi e sulle parafarmacie.

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