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Oltre gli affari

Le tre questioni dell'affaire kazaco

Il guaio ormai è fatto. Ora c'è da vigilare sulla salute di madre e figlia

di Davide Giacalone - 17 luglio 2013

Cerchiamo di non peggiorare le cose, cedendo alla tentazione di usare il fronte esterno per regolare conti interni. L’affaire kazako mette allo scoperto interessi nazionali rilevanti, come anche inadeguatezza del personale che lo ha maneggiato. Limitiamo i danni, circoscrivendo tre questioni: a. la sorte di una donna e della sua bambina di sei anni; b. la catena di comando ed esecutiva; c. la questione politica.

a. Non ho informazioni sufficienti sul signor Ablyazov. So, però, che quando l’occidente accolse la moglie di Sacharov (Elena) o un grande come Solženicyn, di certo non arrivarono depositando qualche miliardo in banca. Ammettiamo, quindi, per comodità di ragionamento, che il banchiere kazako sia un poco di buono. Diciamo pure pessimo. Non è una buona ragione per cedere sua moglie e sua figlia minorenne alle autorità del suo Paese. Anche se fosse un criminale, anziché un dissidente, quelle due hanno tutta l’aria d’essere ostaggi. E l’Italia, ovvero il Paese da cui s’espellono a fatica le persone, dopo procedure lunghe, non avrebbe dovuto consegnarle. E’ stato fatto, purtroppo. A questo punto abbiamo il dovere di utilizzare i buoni rapporti e i buoni affari con il Kazakistan, rinsaldati da questa triste vicenda, per chiedere che la nostra rappresentanza diplomatica abbia diretta e costante visibilità sulle condizioni di vita di quelle due persone, nel cui interesse dobbiamo reclamare e garantire adeguata assistenza legale. Nulla di meno sarebbe accettabile. Anche un capello in meno comporterebbe iniziative formali. Che non convengono a noi, ma neanche convengono al governo kazako.

b. Chi governa deve tenere presente che quando si parte ammettendo che c’è una responsabilità, ma sostenendo d’essere all’oscuro, quindi la necessità di un’inchiesta, va a finire che il livello politico ci fa una figura non ragguardevole. Funziona meglio l’assumersi le responsabilità politiche e far poi pagare gli eventuali infedeli. Chi governa deve sapere che l’Italia è una sola, sicché non serve far sapere all’universo che da noi il funzionario può agilmente fregare il ministro. Il ministro degli interni, riferendo ieri al Senato, ha detto che opererà perché ciò non accada mai più. Giusto, forse un pizzico tardivo. Questa vicenda, come altre prima, dimostra che non funziona la catena di comando, che non sono mai chiare le responsabilità e non è assicurata la circolazione delle notizie. Il che rende possibili pressioni e manipolazioni dall’esterno. Inutile nascondersi dietro a un dito: è interesse italiano mantenere buoni rapporti con il Kazakistan, con cui si spera di fare sempre migliori e più grandi affari, specie nell’approvvigionamento di materie prime per l’energia, ma questo non deve spingere a rendere tutto opaco, bensì, all’opposto, a stabilire prima fin dove s’intende spingersi nel mantenere buoni rapporti con chi non è uno stinco di santo. Il moralismo che trabocca da certi giornali e da certe famiglie politiche (le stesse che dileggiarono Sacharov e Solženicyn, del secondo sostenendo che era un nazionalista pazzo, non meritevole di protezione) non serve a nulla. E’ solo ipocrisia. Ma lo spettacolo di due ministri (interni ed esteri) giocati assieme al presidente del Consiglio consegna il ritratto di un Paese in dissoluzione. Infine: hanno agito tribunali, questure, polizia e prefetti, ma non i servizi segreti (nostri, quelli altrui sì), ovvero i meglio attrezzati alla bisogna. Questa è la fine che tocca ai paesi che abbandonano i loro agenti segreti in balia di altri poteri interni, giustizia compresa (leggi Pollari e caso Omar), così privandosi dello strumento migliore per maneggiare situazioni che imbrattano.

c. Angelino Alfano è consustanziale a Enrico Letta, più di quanto ciascuno dei due lo sia rispetto ai partiti di provenienza (e uso il plurale perché la Democrazia cristiana ha chiuso i battenti). L’ipotesi che uno dei due possa cadere e l’altro restare in piedi è inconsistente. Il Pd se ne faccia una ragione. C’era una regola, quando la Repubblica aveva ancora un’anima: è pericoloso far cadere i governi sulla politica estera. Lo scenario è cambiato, ma quella regola è ancora saggia. Certo, dovere donare il sangue per reggere in piedi un corpo con la giugulare tranciata, pronto a collassare subito dopo l’ennesima trasfusione, non è prospettiva allegra. Ma è la maledizione di questo governo delle larghe intese: dovendo fare assieme quel che separati non riescono a fare sono riusciti a stare assieme per continuare a galleggiare senza fare. Già Dante sintetizzò caratteristiche e sorti della “nave senza nocchiero”.

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