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L'Informazione locale e la Rai del futuro

Le sorti lacunose delle piccole reti

La riforma del sistema televisivo: identikit di una Tv pubblica dalla forma <i>sui generis</i>

di Carlo Valentini* - 29 maggio 2007

Il dibattito sul futuro del sistema radiotelevisivo ha registrato un’accelerazione dopo la presentazione del progetto di riforma da parte del ministro per le Telecomunicazioni. Si confrontano, ovviamente, maggioranza e minoranza, chi fa già parte del sistema e chi vorrebbe entrarvi, chi ritiene fondamentale una presenza pubblica nell’influente proposta televisiva e chi al contrario la giudica non necessaria, e così via. In tutto questo tourbillon di opinioni, vi è una "grande dimenticata": l"informazione televisiva locale.

Una lacuna singolare, che si registra mentre la stampa quotidiana cerca il rilancio proprio nel localismo e anche il web incomincia a guardare ai territori e al decentramento, tanto che molti siti d"informazione hanno aggiunto pagine dedicate alle singole città o alle singole regioni. La Rai è una grande azienda controllata dallo Stato e l’informazione locale, prevista dalla convenzione Stato-Rai che la considera un elemento fondante del sistema televisivo pubblico, è venuta assumendo un ruolo importante nelle scelte dei telespettatori: la rilevazione Auditel assegna ai telegiornali regionali 3,2 milioni di ascoltatori alle ore 14 (share del 18,7 %) e 2,9 milioni alle 19,30 (share 13,6 %). La classifica dei telegiornali Rai è guidata dai Tg1 delle 20,30 (7,9 milioni) e 13,30 (5, 3 milioni) poi vengono quasi alla pari il Tg2 delle 13 (3,3 milioni) e appunto il Tg regionale delle 14 (3,2 milioni, i dati sono del marzo 2007). Quindi i Tg regionali sono assai ben posizionati nella categoria dell"audience.

La struttura della Rai è articolata in redazioni regionali: una per ogni regione, con giornalisti, tecnici, operatori, addetti al montaggio, impiegati che lavorano giornalmente a due giornali radio e tre telegiornali regionali, oltre che a rubriche settimanali e agli apporti ai Tg nazionali. Oltre un terzo del bilancio Rai, settore informazione, è assorbito dall"informazione regionale così che ogni italiano, quando paga il canone, versa circa 20 euro per ricevere Gr, Tg e relative rubriche. Va sottolineato che la legge impedisce alla Rai la raccolta di pubblicità locale, cioè da trasmettere solo nell’area di una o più regioni. Anche le tv locali fanno informazione e ricevono per questo contributi statali e, spesso, regionali, comunali e provinciali. Non esiste però ancora un calcolo attendibile di quanto sia l"ammontare del denaro pubblico che sostiene le tv non nazionali. Sarebbe auspicabile più chiarezza sui rapporti delle tv locali con le Regioni, le istituzioni locali, gli enti e le aziende pubbliche decentrate. Si tratterebbe di un"operazione-trasparenza assai utile per gli stessi operatori che potrebbero rapportarsi finalmente a una fotografia reale del sistema delle tv locali.

In ogni caso la valenza dell’informazione locale, da parte della Rai e dei privati, pone la questione in primo piano quando si affronta il tema del sistema televisivo. Quanto alla Rai, l’informazione locale dovrebbe costituire uno dei tasselli del puzzle del ripensamento del sistema pubblico su livelli qualitativamente più appropriati. Peccato che il dibattito sulla tv spesso si riduca alle polemiche sui grandi intrattenimenti mentre dovrebbe investire l"intera programmazione, compresa quella dei programmi destinati all’estero, sui quali altri Paesi investono notevolmente, dalla Bbc che arriva in 200 Paesi (con lo slogan "importare il mondo nel Regno Unito ed esportare il Regno Unito nel mondo") alla Cnn che ha aperto un canale in lingua araba, dalla tv francese che annuncia un canale all news in francese e inglese (France 24) ad Al Jazeera, che ha lanciato la versione in inglese delle sue news. La Rai dovrebbe essere investita della missione di promozione dell"immagine-Paese all"estero, così come di promozione della cultura e, perché no?, anche di educazione verso i giovani. Inoltre la Rai dovrebbe svolgere un ruolo trainante nell"innovazione tecnologica. Lo stanno facendo, nei loro settori, Eni, Enel, Snam. Per la tv la sfida si traduce in digitale, alta definizione, videotelefonino, videoweb, interattività, e così via. Ne vogliamo parlare prima che sia troppo tardi e l"Italia sia costretta ad arrendersi ai partner stranieri ? Insomma, il puzzle è vario e degno di una grande azienda. In questo mosaico, ribadiamo, una parte rilevante è quella dell"informazione regionale, che costa in termini di risorse e professionalità.

Ma il suo esatto status all’interno dell’azienda non è mai stato propriamente definito: a volte autonoma, a volte accorpata al Tg3, a volte pura agenzia di servizio per Tg1, Tg2 e Tg3, a volte gelosa della propria autonomia, a volte all"avanguardia del rinnovamento tecnologico, a volte in coda. Qual è il ruolo che la strategia aziendale assegna all’informazione regionale, quale il suo sviluppo nell’azienda riformata ipotizzata dal ministro Gentiloni, in che modo integrarla nell"informazione complessiva Rai, come renderla "produttiva" per le realtà locali, cioè volano di interesse, di dialettica, di approfondimento di temi che spesso da locali potrebbero diventare nazionali e quindi consentire visibilità e crescita delle "100 Italie"? Alcuni sociologi dei media sostengono che l’altra faccia della globalizzazione è il localismo, più il villaggio è globale più si sviluppa parallelamente l"esigenza di entrare in sintonia col proprio territorio. Non a caso a Bologna ogni giorno escono ben nove quotidiani (compresi quelli free press) con la cronaca locale, rispetto ai tre di dieci anni fa. E così, piu" o meno, nel resto d"Italia. Un segnale importante. La piu" grande azienda italiana d"informazione è già strutturata per rispondere a questa domanda locale, valore aggiunto di una Rai che ha accumulato un grande patrimonio di credibilità e che è ancora in grado di vincere la sfida di diventare uno dei punti di riferimento di un Paese che vuole ritrovare la fiducia, la competitività e la crescita.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario