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Il “jolly fiscale” è solo uno specchietto per allodole

Le sirene del Fisco

Resistere ora è indispensabile per poter attuare riforme strutturali e ridurre la spesa pubblica

di Enrico Cisnetto - 19 marzo 2010

Meno male che manca una settimana, speriamo che questa campagna elettorale per le regionali finisca presto. Non solo per la qualità infima dei contenuti che ha mostrato fin qui, ma anche e soprattutto per i pericoli cui essa ancora ci espone. Nelle ultime ore, infatti, si sono intensificate le pressioni – immagino non solo attraverso dichiarazioni pubbliche – per spingere il ministro Tremonti a “mollare la presa” e concedere a Berlusconi quel “jolly fiscale” che il premier considera la “mossa del cavallo” che potrebbe consentirgli di recuperare quel consenso che negli ultimi tempi il Pdl e il governo sembrano aver perso.

Le idee sono tante, spesso estemporanee, ma tutte si ispirano al taglio dell’Ici che fu fatto nel 2008, nella speranza che suscitino un eguale effetto in termini di popolarità e quindi di voti. Ma oggi qualunque scelta si facesse, sarebbe comunque una iattura. Non solo perché a pochi giorni dal voto avrebbe un netto sapore elettoralistico.

E non solo perché c’è sì molto bisogno di una forte riduzione del peso fiscale, sia a carico delle imprese che delle persone, ma occorre che sia in termini strutturali, non estemporanei, badando tanto alle compatibilità di bilancio – per cui quando si parla di riforma fiscale si deve prima di tutto parlare di riduzione della spesa pubblica – quanto all’efficacia sistemica dell’intervento che si vuole realizzare. Sarebbe una iattura soprattutto perché le condizioni della finanza pubblica in Europa, con il caso Grecia ancora aperto e lungi dall’aver trovato una qualche soluzione, ci esporrebbero a pericoli gravissimi.

Se fosse chiesto a tutti gli italiani se vorrebbero o meno una riforma del fisco, è certo che la risposta affermativa sarebbe pressoché unanime. Ma sono altrettanto convinto che se fosse sollecitato il loro buonsenso, la maggioranza risponderebbe “oggi no, non in queste condizioni”. Per questo è doppiamente meritoria, anche perché immagino politicamente scomoda, la “resistenza” che Tremonti ha fatto e sta facendo su questo punto.

Ho già scritto in questa rubrica che va dato a Giulio quel che è di Giulio, nella difesa dei conti pubblici che, come lui stesso ha ricordato l’altro ieri alla Camera, sono stati a rischio di collasso. E non è un merito da poco, visto che in una fase di debiti sovrani saliti alle stelle i mercati finanziari fanno presto a considerare “fuori controllo” un paese.

E’ successo alla Grecia, che pure pesa il 3% del pil e ha un debito di 250 miliardi, a maggior ragione può succedere a chiunque altro ceda alla tentazione di fronteggiare il delicato passaggio tra la fine della crisi e l’inizio tardivo della ripresa facendo deficit aggiuntivo. Non è un caso, tra l’altro, che prima la Bce e poi la Ue abbiano ricordato nei giorni scorsi che da qui al 2012 dovranno essere messe in atto severe politiche di rientro.

E poi, non è neppure vero che spendere con facilità si traduca automaticamente in maggiore consenso per chi allarga i cordoni della borsa. Si prenda la Francia. Già nel 2008 Parigi aveva portato il deficit corrente al 3,4% del pil, ma nel 2009 tutte le stime indicano un rapporto più che doppio (7,9%), e anche oltre per il 2010 (8,2%), con il debito-pil all’83%. Insomma, per fronteggiare la crisi Sarkozy e Fillon hanno fortemente aumentato la spesa e concesso sgravi di vario tipo, cose che si sono appunto tradotte in un pericoloso appesantimento della finanza pubblica, compensata dal parziale vantaggio di un minore recessione (+0,3% nel 2008, -2,3% nel 2009). Ma tutto questo non è per nulla bastato ai francesi, che alle recenti amministrative hanno ripagato con un astensionismo del 53%, livello senza precedenti in Francia.

A dimostrazione che – anche volendo ragionare in termini di brutale tornaconto elettorale – in questa fase complicata non è per nulla detto che gli elettori si facciano convincere da qualche manovra populista.

Dunque, non ci rimane che sperare che Tremonti sappia arginare e respingere tutte le pressioni come ha fatto egregiamente fin qui.

E non solo per questa benedetta settimana che ci separa dal voto. Perché anche dopo le elezioni, specie se il risultato non fosse quello desiderato da Berlusconi, non mancheranno le sirene della spesa facile. E bisognerà resistere non meno di adesso. Premessa indispensabile per poi fare – e di questo Tremonti deve convincersi – quelle riforme strutturali funzionali a trasformare quote importanti di spesa corrente in spesa per investimenti.

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