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Meglio sanare che riformare?

Le riforme tra favola e realtà

Lo scudo fiscale e l’Italia del privilegio

di Elio Di Caprio - 06 ottobre 2009

Forse ha ragione il Ministro Brunetta quando dice che è meglio non parlare più di grandi riforme, è meglio farle, quelle che si può, un poco alla volta e quasi di soppiatto per non turbare l’opinione pubblica, aggiustando via via il tiro a seconda delle reazioni delle varie categorie più o meno colpite. Siamo italiani e questo lo dovremmo sapere da parecchio tempo. Ma poi, se vogliamo, non è neanche troppo vero che sia sufficiente questo approccio minimalista, se lo stesso Brunetta si scaglia con piglio giacobino contro determinate categorie, gli statali soprattutto, suscitando la facile indignazione di tanti improbabili aficionados che si autoiscrivono al “partito del fare” contro tutti gli altri che non fanno nulla e vogliono continuare a non far nulla.

E’ allora meglio sanare che riformare, ieri le colf e le badanti irregolari, oggi i capitali fuggiti all’estero, è meglio riparare invece che prevenire? Chi blatera di riforme condivise, dice il Ministro, alla fine non ricava un ragno dal buco, parla a vuoto e fa solo propaganda. Figuriamoci poi in tempo di crisi come quello attuale cosa può importare al cittadino comune mettere mano a un cantiere di grandi riforme? E poi quali, se non c’è nemmeno condivisione su quali? Quelle a costo zero, almeno per il cittadino comune, come la riforma delle Camere e la riduzione drastica dei parlamentari, è diventata una collettiva presa in giro.

Meglio pensare a Noemi, alla D’Addario o a Tarantini o al lodo Alfano o ai provvedimenti urgenti per un’Italia dissestata, dall’Aquila a Messina.. Al posto delle riforme dunque non ci rimane che accontentarci di provvedimenti singoli necessitati da urgenze sopravvenute o per sanare situazioni pregresse non più sostenibili.

Sempre in attesa delle grandi riforme dell’ordinamento costituzionale che non arrivano mai, neppure si riesce a mettere mano a riforme ordinarie per le quali qualche categoria ci perde e altre ci guadagnano. L’abbiamo visto con le pur timide liberalizzazioni che non sono mai andate avanti dopo che si è preferito per tanti anni scaricare tutto sul debito pubblico, non penalizzare ma allargare il privilegio, creandocosì situazioni inamovibili e nuove inefficienze in nome della pace sociale e dell’esigenza di accontentare via via più categorie possibili, quelle emerse e quelle emergenti, chiudendo un occhio sulle piccole (o grandi?) malversazioni originate dall’assenza di controlli e talvolta da un’implicita e non dichiarata connivenza.

La prima Repubblica non è fallita anche per questo? Meglio dunque lasciare da parte le riforme grandi e piccole e concentrarsi oggi sulle sanatorie, domani su altri aggiustamenti. L’ennesimo condono-sanatoria, appena approvato, per i capitali portati illegalmente all’estero è l’esempio più eclatante di distorsione del nostro vivere sociale se è vero che trattasi di ben 300 miliardi di euro di cui si sono perdute per anni le tracce, facilmente riconducibili non solo a speculatori, redditieri e mafie varie ma anche a categorie imprenditoriali, grandi o piccole, che pure danno un contributo fondamentale allo sviluppo economico ed alla crescita dei posti di lavoro in Italia.

Fa scalpore la sanatoria per i capitali “fuggiti” all’estero e non dichiarati, è il classico reato da colletti bianchi o abbienti che non hanno neppure l’alibi di proteggersi da una stagione terroristica come accadeva in Italia più di 30 anni fa. Ci può essere di tutto in un mondo opaco per definizione e costituzione come quello della finanza mondiale dove i capitali vagano da un paradiso fiscale all’altro in cerca del migliore rendimento e senza che finora sia possibile scoprirne o distinguerne la nazionalità o la titolarità.

Il Ministro Tremonti che pure aveva individuato nella finanza anonima e speculativa il male maggiore che avrebbe determinato crisi gravissime come quella attuale, dopo tante belle parole sul “legal standard” che dovrebbe regolarizzare il flusso di capitali esteri è stato poi costretto a farsi carico nella piccola Italia del provvedimento di sanatoria per i capitali all’estero esportati illegalmente, perdonando con l’occasione una serie di reati di contorno.

Con quali informazioni si è giustificato un tale repentino cambio di passo? I capitali, si dice, ritorneranno e verranno reimpiegati in Italia – per gli “uomini di mondo” che ci governano è poco importante la loro natura speculativa - e così ci lamenteremo meno che in Italia arrivino pochi capitali dall’estero per i nostri investimenti. E poi che importa cosa ha scritto nel suo best seller anti-finanza il Tremonti di due anni fa, quando la crisi internazionale non era ancora scoppiata? Chi ha letto il saggio di Tremonti?

Se si ha fiducia nella conduzione finanziaria del Ministro Tremonti quando dice e fa dire a Berlusconi che nessuno sarà lasciato indietro, che ci sono soldi per tutti gli ammortizzatori sociali possibili, perché non averne quando dichiara che il rimpatrio dei capitali è un fatto positivo visto che la loro tassazione al 5% libererà nuove risorse per la scuola, l’Università e magari per lo spettacolo ( e forse anche per gli ammortizzatori…)?

La ragion pratica sembra offuscare ogni ragionamento etico in un’epoca in cui il “così fan tutti” sembra il nuovo imperativo fatto proprio da una classe dirigente a cui non importa proprio nulla di essere o apparire esemplare, in questo come in altri campi, dalla morale pubblica a quella privata. C’è sempre un alibi che tutto giustifica.

Tutto si sana e a tutto viene posto riparo, c’è la sanatoria dello scudo fiscale per i ceti alti e quella delle badanti irregolari che riguarda (anche) una moltitudine di pensionati a reddito basso a cui ora si chiede una regolarizzazione onerosa senza alcun incremento del loro reddito di base. Fa niente che, proprio in questo caso, venga fuori plasticamente la differenza tra due Italie, quella privilegiata che nessun Ministro Brunetta riuscirà a sconfiggere e quella non privilegiata formata da migliaia o da milioni di persone che devono arrangiarsi nei meandri burocratici per rispettare le leggi e non uscirne troppo penalizzati nel loro quotidiano.

A che servono dunque le riforme se a posteriori si sana tutto e tutti sono contenti?

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