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Idee condivisibili. Ma sul federalismo...

Le ricette di Emma Marcegaglia

Un discorso “sindacale” e di alto senso etico per la costruzione di un nuovo Stato, moderno e amico

di Enrico Cisnetto - 23 maggio 2008

“Siamo un paese bloccato, la malattia dell’Italia si chiama crescita zero”. Parole di buonsenso. Forse un po’ scontate, magari pronunciate con un tono troppo sommesso per le italiche abitudini, ma decisamente – e fortunatamente – di buonsenso, quelle arrivate ieri dal discorso di investitura di Emma Marcegaglia. La première dame alla guida di Confindustria ha fatto un discorso insieme “sindacale” – difesa della piccola e media impresa, prevalenza del “privato” rispetto a un “pubblico” che è soprattutto fisco intrusivo e burocrazia inefficiente, welfare e contratti riforme non più procrastinabili – ma anche di alto senso etico, quasi un’evocazione a ricostruire le fondamenta di un nuovo Stato, moderno e amico, smantellando egualitarismi, privilegi, localismi, furbizie. In una parola la riscrittura delle “regole vitali”: merito, educazione civica, apprendimento scolastico, legalità, responsabilità delle decisioni. Insomma, esattamente quello che è logico attendersi dal leader degli imprenditori italiani. Con qualche punto particolarmente condivisibile.

Per esempio, quando ha ricordato che la globalizzazione è un fenomeno non arginabile, e che dazi e barriere sono armamentari del passato, oggi totalmente inservibili. Marcegaglia ha ricordato che la globalizzazione è un fenomeno da accettare, anzi da cavalcare diventandone protagonisti e non antagonisti, magari attraverso un rafforzamento dei processi di convergenza europei. Parole innovative, probabilmente poco gradite dal ministro “neo no-global” Tremonti, seduto in prima fila, e forse anche da qualche imprenditore che fatica a mettersi al passo e pensa che la colpa sia dei cinesi. Ma è proprio su questo, a proposito del ruolo delle imprese nel contesto del “declino italiano”, che lo scenario dipinto dalla Marcegaglia lascia il dubbio più grosso: le prime pagine della sua relazione non sono solo elogiative, com’è logico che sia, dei suoi colleghi che l’hanno appena eletta loro presidente, ma inducono a pensare che l’industria italiana nel suo insieme abbia già varcato il guado – della modernizzazione, dell’internazionalizzazione, dell’innovazione tecnologica, della managerializzazione, dell’irrobustimento finanziario – e che tutto quello che non va sia solo colpa della politica indecisionista, della burocrazia inefficiente, dell’erario sanguisuga, del sindacato conservatore, del “fronte del no” a tutto.

Naturalmente tutte queste carenze ci sono, e forse la neo-presidente di Confindustria è stata persino benevola nel bollarle. Ma ciò non toglie che siano sotto i nostri occhi gli effetti del combinato disposto tra il processo di deindustrializzazione che l’Italia ha subito nell’ultimo decennio, il permanere di caratteristiche del tessuto produttivo quantomeno inadatte a vincere la sfida della competizione globale (piccole dimensioni, sottocapitalizzazione, scarsa inclinazione all’innovazione) e l’impermeabilità del capitalismo dei piani alti al cambiamento. Insomma, quando dice che “le imprese hanno fatto tutte il loro dovere”, il nuovo leader degli imprenditori ha quantomeno ecceduto in ottimismo. Tanto più perchè non ha fatto – giustamente – il minimo sconto al sindacato, specie se almeno quattro suoi sacrosanti j’accuse – welfare inefficiente e iniquo, occupazione femminile troppo bassa, scarse opportunità per i giovani, scandalosa difesa dei fannulloni nella pubblica amministrazione – sono in qualche modo riconducibili a quello squilibrio tra diritti e doveri che il sindacato ha contribuito a produrre più di ogni altro (lei non lo ha detto, ma... ).

Quanto alle ricette per come venirne fuori, le indicazioni di Marcegaglia ci sono sembrate tutte condivisibili tranne una, quella sul federalismo, che richiede un supplemento di approfondimento e dibattito. Giusto, infatti, dire che il processo è a metà del guado, e che così non va per la confusione istituzionale, i costi e i diritti di veto che ha generato. Ma siamo sicuri che è passando definitivamente alla sponda delle autonomie (anarchie?) regionali, che è smembrando una media potenza come noi siamo, che si salva l’Italia? Del condivisibile vale la pena citare il più che giusto: una nuova politica energetica, con il ritorno al nucleare ma anche la creazione di strutture distributive cross-border, e soprattutto un vero mercato unico per l’elettricità e il gas; l’abolizione delle province; la fine del localismo esasperato in campo universitario (Marcegaglia ha raccolto un forte applauso quando ha ricordato il proliferare delle sedi, 94 atenei, e delle cattedre, 2700 corsi di laurea).

Insomma, un discorso largamente condivisibile quello ascoltato ieri, che nel proseguo andrà “rinforzato” con un pizzico di sano pragmatismo in tema di politica industriale (ma qui le è venuto l’assist del ministro dello Sviluppo economico, Scajola, che ha saputo coniugare più liberalizzazioni con più “Stato decisore”). Un discorso sobrio nei toni, anche se mai a discapito della sostanza, che coincidendo con il fervore del nuovo governo, le attese intorno ad esso, e con il clima politico più sereno che si sta profilando, ha dato la netta sensazione di una Confindustria più dialogante e collaborativa rispetto a quella “anti-casta” targata Montezemolo. Il che è positivo se dal Berlusconi IV arriveranno le risposte concrete che i cittadini e gli imprenditori attendono. In tutti i casi, buon lavoro, presidente Marcegaglia.

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