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Un anno dopo Wall Street

Le ragioni della prudenza

Toro e M&A non devono far dimenticare la lezione della crisi

di Enrico Cisnetto* - 13 settembre 2009

Una grande euforia sta percorrendo le Borse di tutto il mondo, e quella di Milano in particolare. Piazza Affari ha toccato i massimi dell’anno: con 23.503 punti l’indice All-Share è al livello più elevato dall’ottobre scorso, mentre l’Ftse Mib arrivando a quota 23.039 punti è ai massimi da novembre. Anche il volume degli scambi è alto: nella settimana appena chiusa ha toccato 4,9 miliardi, la seconda maggiore quantità del 2009 dopo i 5,1 miliardi raggiunti nel maggio scorso. Ancor più impressionante è la performance fin qui realizzata rispetto ai minimi toccati lo scorso marzo: +78%, contro una media di poco superiore al 50% delle altre piazze europee e di Wall Street. Certo, l’inversione di tendenza data 10 marzo, esattamente un semestre fa, ma ad un certo punto era sembrato che i mercati volessero imboccare la strada della contro-tendenza, o comunque finire vittime della volatilità. Invece, negli ultimi giorni la febbre è tornata a salire, e questo nonostante che non meno positivi siano altri mercati: da quello dell’oro, che ha superato di slancio i mille dollari l’oncia e non sembra volersi fermare (la Cina sta incrementando la domanda), a quelli obbligazionari (i bond aziendali hanno richieste molto superiori all’offerta) e valutari.

Ma questa nuova stagione all’insegna del Toro è giustificata? Le cinque spiegazioni fornite dagli analisti paiono fondate – la paura dell’inflazione; la grande liquidità che è tornata ad essere in circolazione; la scomparsa della remunerazione sui titoli di Stato a breve; il ritorno dei grandi affari; i bilanci trimestrali, specie delle banche, di nuovo in utile – ma non sufficienti a giustificare del tutto performance così roboanti. Anche perché la crisi non è propriamente finita, molti sono i pericoli che il sistema finanziario mondiale ancora corre e le economie reali, che stanno faticosamente scrollandosi di dosso la recessione, mostrano risultati troppo discosti da quelli dei mercati. Inoltre, se è vero che il preannuncio di Bini Smaghi dell’altro giorno su una stretta monetaria Bce che anticipi il ritorno dell’inflazione fa pensare ad un prossimo rialzo dei tassi, è anche vero che molti datano la tanto attesa fiammata inflazionistica – necessaria per “bruciare” l’eccesso di moneta messa in circolo da banche centrali e governi – non prima di 1-2 anni. Ed è altrettanto vero che per ora il Tesoro paga sugli ultimi Bot trimestrali lo 0,386 lordo, che al netto viene un saldo negativo dello 0,08.

Quanto alle grandi operazioni di mercato, sì, è vero, il merger & acquisition si è rimesso in moto, come dimostrano l’offerta da 19 miliardi di dollari della Kraft per acquisire l’inglese Cadbury e il colpo da 4 miliardi di dollari che ha consentito alla Walt Disney Company di acquisire il 40% della Marvel Entertainment. Ma è pur vero che i 1.300 miliardi di dollari di m&a fin qui realizzati nel 2009 rappresentano il 38% in meno del valore delle operazioni fatte nello stesso periodo del 2008. Forse la vera motivazione che spiega i rialzi delle Borse e dell’oro sta solo nella grande massa di denaro che in questo momento circola, in buona misura investita dalle banche. Ma questa è anche la ragione per cui occorre prudenza: perché sono soldi sottratti all’economia produttiva, che ingolfano nuovamente in modo eccessivo il sistema finanziario. E il combinato disposto delle due cose non fa presagire nulla di buono.

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