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Dopo gli avvertimenti della Ue e della Corte dei Conti

Le polemiche da stadio non servono

Nel governo dei conti pubblici occorre distinguere tra responsabilità effettive e polemiche inutili

di Davide Giacalone - 13 aprile 2005

Il modo in cui rimbalza l’avvertimento del commissario Ue, Almunia, secondo il quale potrebbe essere avviata una procedura relativa al deficit italiano, risente molto del clima interno ed è inzuppato di polemica elettoralistica. La furia dello scontro rende ciechi i contendenti, e lo spettacolo risulta stucchevole. Il governo non può essere accusato di dissennatezza contabile, come se avesse speso troppo ed in deficit. Intanto perché non è vero, poi perché, qualora così fosse, pur essendo un tipo di politica che confligge con i parametri di stabilità, è pur sempre una scelta legittima, ed in taluni casi anche saggia. Ma, lo ripeto, non è questo che il governo ha fatto. Né può essere accusato, il governo, di avere aumentato il deficit diminuendo le tasse. Intanto perché anche questa sarebbe una scelta legittima, tanto più che la nostra pressione fiscale è superiore alla media europea, ma, soprattutto, perché non lo ha fatto: si sono ritoccate alcune aliquote, ma il prelievo fiscale complessivo, come sottolinea la Corte dei Conti, anche a causa dei condoni, è aumentato. Infine, è vero che i conti pubblici italiani tendono allo sforamento dei parametri (o li hanno già sforati, lo accerterà Eurostat), ma questo non li distingue da quelli di altri Paesi dell’Ue. La cosa interessante, quella su cui dovrebbe concentrarsi l’attenzione politica, è quel che c’è dietro. I conti pubblici soffrono perché l’incremento di ricchezza nazionale è inferiore alle attese. Ciò dipende da una difficile congiuntura internazionale, certamente, ed è vero che l’Ue cresce meno dell’area statunitense e di quella asiatica, ma l’Italia è, dentro l’Unione, il Paese che cresce meno. Questo è il problema, ed è questo il terreno sul quale si misura l’efficacia dell’azione di governo. Questa maggioranza si era presentata assicurando riforme liberali, attenzione al mercato economico ed alle dinamiche reali (non quelle sindacali) del lavoro, con la volontà di mettere più soldi nelle tasche dei consumatori privati e meno in quelle degli investitori pubblici. Il bilancio è magro assai. I vincoli e la burocrazia sono quelli di sempre, ed in quanto al mercato non si è giunti ad avere neanche le aperture previste dalle direttive Ue (che già non sono un granché). L’azione politica non può far girare la direzione in cui tira il vento, ma può governare le cose in modo da non finire sugli scogli. Al governo non può essere imputato il corso del dollaro o la globalizzazione (che è e resta, se governata, un’opportunità), ma quando la Corte dei Conti avverte che ritardare il contratto degli statali significa far pesare, su un solo bilancio di cassa, anche gli arretrati, avverte che l’inefficienza politica si riflette sui conti. Questi sono i temi che guideranno la scelta elettorale degli italiani, giudicando, di ciascuno, la capacità reale di offrire risposte credibili, oltre, naturalmente, all’esperienza del passato. Ho l’impressione che serva a poco, se non a niente, volere dipingere tutto di rosa, o voler sostenere che tutto è responsabilità di chi ha governato. Ho l’impressione che questo modo di far politica trovi ascolto solo fra i tifosi, di una parte e dell’altra, che sono una ridotta minoranza.

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