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Rimettiamo mano ai “due mercati del lavoro”

Le occasioni offerte dalla crisi

Tocca al governo e alle parti sociali aprire una grande negoziazione

di Enrico Cisnetto - 26 ottobre 2009

Giuseppe Morandini è una persona seria e preparata, e come tale si è incaricato di riportare sui binari della realtà un dibattito altrimenti surreale tra chi esalterebbe la precarietà (mai sentito nessuno) e chi predica il posto fisso negando il valore che hanno in sé mobilità e flessibilità (la cerchia dei fans stava regredendo, poi…).

Il presidente delle pmi di Confindustria ha infatti detto quello che le persone di buonsenso temono da tempo: tra il quarto trimestre 2009 e il 2010 rischiano di chiudere un milione di piccole imprese. Il che significa non meno di 2 milioni di posti di lavoro “bruciati” dalla recessione, che si aggiungono ai quasi 400 mila persi fin qui. Per questo diventa sempre più urgente, direi doveroso, non limitarsi alla conta dei caduti, ma avviare una seria discussione sul mercato del lavoro, scevra da inutili ideologie. Partiamo dai dati di fatto. Nel secondo trimestre dell’anno il tasso di disoccupazione è salito al 7,4%, dal 6,7% del 2008 e il 6,1% del 2007.

Significa che sono andati persi 378mila posti di lavoro, la maggior parte dei quali flessibili. Ma il tasso di disoccupazione aumenterà ancora: il Fondo Monetario stima arrivi al 10,5% nel 2010. Inoltre, a questo show down con la recessione e la conseguente crisi occupazionale siamo arrivati con un mercato del lavoro sostanzialmente diviso in due: quello iper-garantista dei lavoratori a tempo indeterminato, nel quale spicca la totale inamovibilità dei dipendenti pubblici; quello flessibile degli outsider, cui però in nome della loro fortuna di non essere nell’esercito dei disoccupati, sono state comminate due sanzioni che non meritano, minori retribuzioni e minori diritti. Questa asimmetria è figlia del fallito tentativo di Berlusconi nel 2001-2002 di mettere mano all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori: non essendo stati capaci di inserire flessibilità nel mercato dei garantiti, si è creato un secondo mercato, opposto al primo, nel quale su un totale di 23,2 milioni di occupati, di cui 17,3 dipendenti, ci sono 2,2 milioni di lavoratori con contratti a tempo determinato, ai quali vanno aggiunti i collaboratori, che l’Istat stima in 370 mila stimati e la Cgil in oltre 800 mila.

Diciamo che tra contratti a termine, collaboratori, interinali e alcune partite Iva si arriva al 13% degli occupati. Certo, una quota minoritaria, ma in crescita (+3,6% dal 2004 al 2007 per il Censis) e che coinvolge la maggioranza dei giovani. La disparità tra questi due mondi ha rafforzato la percezione dell’equazione “flessibilità = precarietà”, sbagliata perché il duo “flessibilità & mobilità” oltre ad essere indispensabile nella competizione globale (e accettato dai sindacati meno ideologici come Cisl, Uil e Ugl), rappresenta anche un’opportunità di crescita professionale e sociale, non una condanna. In un paese immobile, dove l’85% delle famiglie vive in una casa di proprietà (che sfavorisce la mobilità fisica) e la maggior parte degli occupati ha un lavoro a vita (e se non ce l’ha, ci aspira), l’ascensore sociale è inevitabilmente bloccato, a tutto svantaggio degli ultimi.

Dunque, la recessione è l’occasione per mettere mano ai “due mercati del lavoro” – senza proclami ma anche senza subire veti – abbassando le tutele dove ce ne sono troppe e alzandole dove ce ne sono troppo poche, e trovando un punto di equilibrio. Le proposte non mancano, tocca al governo e alle parti sociali aprire una grande negoziazione, anche a costo di infrangere antichi tabù.

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