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Costituzione: revisioni utili per lo sviluppo

Le novità politiche confindustriali

Montezemolo e l’inadeguatezza del sistema istituzionale. Le vere cause del declino

di Enrico Cisnetto - 26 maggio 2006

C’è una novità importante, direi decisiva, nella relazione di Montezemolo all’assemblea della Confindustria che si è svolta ieri. Dopo aver ricordato tutti i vincoli, specie di natura strutturale, che impediscono all’economia italiana di ritrovare la strada dello sviluppo ormai persa da (troppo) tempo, e aver indicato i rimedi più immediati che gli imprenditori si attendono dal nuovo governo, a cominciare dal mancato azzeramento di quanto di buono è stato fatto nella precedente legislatura, il presidente della Confindustria ha finalmente alzato il velo sulla causa delle cause del declino italiano: l’inadeguatezza del nostro sistema istituzionale. E’ quello il nodo da sciogliere propedeutico a qualunque risultato, sia esso il bene del Paese sia esso il soddisfacimento di interessi specifici come quelli degli industriali. E Montezemolo ha il merito di aver posto la questione con estrema chiarezza. Da un lato, sostenendo che siamo afflitti da un endemico “deficit decisionale”, dovuto sia ad una “frammentazione senza uguali” della rappresentanza (leggi il federalismo trasformatosi in becero localismo, voluto da entrambi i poli del nostro sistema politico) sia ad un assetto istituzionale arcaico, pesante, del tutto inadatto a sviluppare un’azione di governo forte, efficace e tempestiva. E dall’altro, indicando lo strumento necessario per realizzare il cambiamento: la riforma – non a colpi di maggioranza – della Costituzione. Non si tratta di buttar via il testo sacro della nostra Repubblica, né tantomeno di violarne i principi fondamentali. Ma Montezemolo ha ragione quando dice che la nostra carta costituzionale può e deve essere oggetto di “revisioni ed evoluzioni utili allo sviluppo del Paese”: è dalla riscrittura condivisa delle regole che discende la modernizzazione tanto della nostra struttura economica e sociale quanto di quella istituzionale e politica. Riscrittura che si renderà comunque necessaria subito dopo il referendum del 25 giugno, sia che ne esca una riconferma della devolution voluta dal centro-destra, sia in caso contrario perchè si ripristinerebbe la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centro sinistra, non meno perniciosa nel merito e per il metodo adottato per approvarla. Già, ma qual è il mezzo più idoneo per questa sorta di lavoro rifondativo? La Confindustria evita di fare una scelta di campo, ma è evidente che la sua preferenza si indirizza verso l’Assemblea Costituente nel momento in cui auspica un meccanismo “sganciato dalla dialettica maggioranza-opposizione”. Infatti, una nuova commissione bicamerale, o anche uno strumento pur innovativo come la convenzione, avrebbero il difetto di essere condizionati dal muro contro muro che oggi rende irrespirabile l’aria dentro il Parlamento e nei rapporti tra le forze politiche.
Naturalmente, il passo successivo di questo ragionamento riguarda la natura stessa del sistema politico che è a fondamento della Seconda Repubblica. La cui efficacia, in termini di governabilità, ha mostrato tutti i suoi limiti perchè costringe le forze più moderate di entrambi gli schieramenti a ricercare alleanze innaturali con soggetti privi di cultura di governo, finendo così col dar vita a coalizioni spurie e tra loro contrapposte in modo irragionevole, e dunque capaci di delegittimarsi ma non di assicurare governabilità al Paese. Ma su questo terreno Montezemolo, geloso dell’autonomia che ha rivendicato a Confindustria, non si è addentrato. Certo, ha dato l’impressione di voler inaugurare il suo secondo biennio di presidente mettendosi alle spalle tanto il governo Berlusconi e l’incidente di Vicenza, quanto il presunto endorsement nei confronti di Prodi. A favore di un rinnovato, pressante invito a “fare squadra”, a non ricominciare tutto daccapo, a (ri)costruire assieme. Ma con una consapevolezza nuova rispetto ai suoi primi due anni alla guida degli industriali: che non basterà mettere nel mirino l’esecutivo di centro-sinistra al posto di quello del centro-destra, e avere nell’agenda il solito trittico “governo, sindacati, banche”, al quale chiedere delle pur ragionevoli disponibilità. No, questa volta Confindustria ha capito che senza un nuovo sistema politico-istituzionale capace di rappresentare omogeneamente, sul piano elettorale, quella grande maggioranza degli italiani che, a partire dagli industriali, sono a favore dello sviluppo e della modernizzazione del Paese, per dirla con Montezemolo “l’Italia rischia di non farcela”.

Pubblicato sul Messaggero del 26 maggio 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario