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Posto fisso a tutti i costi, scoria anacronistica

Le illusioni deboli di Lisbona

La flessibilità ha abbreviato i tempi di risposta al ciclo economico

di Enrico Cisnetto - 25 settembre 2006

Cara Lisbona, sembri vicina e invece sei lontana. I dati sull’occupazione pubblicati in settimana dall’Istat ci devono far riflettere su quanto di buono è stato finora realizzato sul fronte del lavoro, ma anche sul fatto che gli obiettivi europei sono ancora lontani. Per quanto attiene agli aspetti positivi, va subito detto che se la disoccupazione cala – al 7% nel secondo trimestre 2006, ai minimi dal 1992 – e se oltre mezzo milione di persone hanno trovato lavoro, buona parte del merito è da ascrivere alla legge Biagi: i contratti a tempo parziale e quelli a termine hanno infatti contribuito per il 60% ai nuovi posti di lavoro creati. Non è un caso né che mentre l’occupazione a tempo pieno è aumentata solo dell’1,7%, quella part time è balzata del 7,1%, né che la crescita abbia riguardato i servizi (+1,1%), mentre è calata l’industria (-0,1%). Non solo: anche i 242 mila occupati over 50 in più dovrebbero far riflettere sul fatto che molti lavoratori espulsi dal mercato del lavoro sono riusciti a tornare in gioco proprio grazie alla Biagi. Come dice giustamente Luca Paolazzi sul Sole 24 Ore, la flessibilità ha abbreviato i tempi di risposta al ciclo economico: prima bisognava aspettare 6-12 mesi perchè le imprese si adeguassero ad una congiuntura positiva – come quella attuale – oggi è accaduto quasi in tempo reale, ponendo i presupposti per una più veloce ripresa dei consumi, a beneficio della stessa occupazione.
Ora, però, bisogna guardare l’altra faccia della medaglia: il tasso di occupazione – e cioè il rapporto tra gli occupati e la popolazione dai 15 ai 64 anni (a proposito, non sarà il caso di assumere questo parametro, i 64 anni come minima per poter andare in pensione?) – è sì arrivato al 58,9%, ma non è cresciuto abbastanza visto che la media Ue è del 65,1%. E di questo passo ha ragione il Cnel nel dire che è “irrealistico” pensare di poter arrivare entro il 2010 al 70% (e al 60% delle donne, che oggi sono al 46,7%), come ci siamo impegnati a fare firmando il protocollo Ue di Lisbona. Tanto più se la Cgil insisterà nel chiedere di rimettere al centro del mercato del lavoro il contratto a tempo indeterminato. Perché se si decide di regredire da quelle normative che ci hanno permesso di arrivare fino a qui – in nome di una non meglio definita “lotta alla precarietà” fatta da chi non ha capito che la flessibilità è un valore per l’individuo e una componente indispensabile per la modernizzazione del sistema economico, prima ancora che una modalità contrattuale – si avrà l’effetto opposto. Si rassegnino il sindacato antagonista e la sinistra-sinistra, e i riformisti come il ministro Damiano sostiene di essere non cedano ai loro ricatti: è necessario che l’Italia faccia fino in fondo la rivoluzione della flessibilità. Se applicata in tutte le sue parti (ad oggi solo 9 regioni su 20 hanno introdotto l’apprendistato), la Biagi può anche contribuire a smuovere la situazione nel Sud, dove la disoccupazione è quasi doppia rispetto alla media nazionale. Ma solo quando ci saremo tolti la “scoria” anacronistica del posto fisso a tutti i costi, potremo riuscire a trasformare il vecchio stato assistenziale e dei (soli) diritti in un moderno welfare delle opportunità. E a guadagnarci saranno sia i giovani che il nostro capitalismo così pigro a rinnovarsi.

Pubblicato sul Gazzettino del 24 settembre 2006

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