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Come uscire dai mali remoti ormai lontani?

Le doglie del dopo Berlusconi

Mentre il governo Prodi va “avanti” a colpi di decreti legge e voti di fiducia

di Elio Di Caprio - 21 luglio 2006

E" forse troppo presto per un"analisi “sociologica” se sia stato Berlusconi, con tutto quello che ha rappresentato e rappresenta ancora per l"immaginario collettivo, a cambiare il modo di essere e di comportarsi degli italiani o se siano stati gli italiani, già trasformati per proprio conto, ad aver decretato il successo di Berlusconi.
Seguendo il vizio antico della mentalità azionista, che tanto moderata non è mai stata, i partiti di sinistra si sono limitati a demonizzare Berlusconi (fenomeno o realtà permanente?), senza andare oltre. Non si sono mai curati di approfondire le ragioni della sua entrata sulla scena politica e della sua permanenza, tra vittorie e sconfitte, per quasi 15 anni. E forse la parabola non è finita, almeno stando ai sondaggi.
Secondo una dissacrante vignetta di Elle Kappa, apparsa tempo fa su “Repubblica”, si sarebbe creato, e ancora perdurerebbe, un cocktail micidiale tra il populismo sorridente di Berlusconi e l"indole tradizionale dei soliti italiani, sempre pronti a farsi affascinare dal demagogo di turno, a permettergli tutto, pur di riuscire a proteggere i loro interessi particolari a danno degli altri.
Ma nessuno ha mai messo in conto gli errori storici e politici della variegata sinistra, riformista e non, che hanno permesso l"emergere del personaggio Berlusconi e di farne il fulcro di una coalizione vincente.
Si ammette a denti stretti che senza Berlusconi non sarebbe nato quel bipolarismo raccogliticcio che pure, in assenza di ogni riforma costituzionale, è stato l"unico fatto nuovo della politica italiana dopo una stasi più che quarantennale. Ma poi ci si rifiuta di ammettere che questo bipolarismo naviga e navigherà in acque sempre più difficili anche per le contraddizioni delle varie schegge della sinistra costrette a stare assieme per vincere: il centro-destra raccolto attorno all" ”indispensabile” Berlusconi non trae le sue maggiori motivazioni proprio dalla sfiducia di una gran parte degli italiani verso una coalizione che ancor oggi appare ed è più di sinistra-centro che di centrosinistra?
E" una realtà che le persone politicamente più avvedute, come Massimo D"Alema, sanno da tempo. Ma nessuno ha il coraggio di dire le cose come stanno. Nessuno di quelli che ancora vivono di rendita sulla contrapposizione personalistica, Berlusconi sì e Berlusconi no. I problemi sono altrove e riemergono al di là delle propagande e delle volute disinformazioni.
Per quasi cinque anni l"esperienza del governo di centrodestra è stata rappresentata dalla sinistra come dedita a favorire solo le classi più abbienti e a fare macelleria sociale con il taglio delle spese, e poi scopriamo che la spesa pubblica è aumentata e non diminuita in quel periodo. Evidentemente, se questo è successo, vuol dire che il centrodestra ha deciso di non colpire gli interessi corporativi, preferendo piuttosto allentare i cordoni della spesa per mantenere il consenso.
Ha perso e per poco non ha vinto alle ultime elezioni anche per questi motivi.
Lo stesso centrodestra è stato accusato di respingere ogni forma di concertazione con le parti sociali – sindacati ed associazioni varie – e poi il primo segnale del governo Prodi è stato quello di imporre le prime liberalizzazioni per decreto, senza nessuna consultazione con le categorie interessate.
Anche a sinistra si è capito che il mito della concertazione ad ogni costo rischia di bloccare tutto e di non far decollare nessuna riforma strutturale.
I mass media ora lodano il coraggio del Governo Prodi che ha preferito andare avanti da solo, senza farsi condizionare dagli interessi di settore.
Ma sarà sempre così?
Lotta agli sprechi e alle rendite, concorrenza, mercato, sono gli slogans fatti propri dalla sinistra del 2000. Si può però cadere da una retorica all"altra se non si cambia il quadro complessivo e se non si colmano deficienze ben più importanti.
Se è una mentalità generale che va trasformata – ed è giusto che sia così – non si può trascurare l"elemento fondamentale della meritocrazia che va ripristinata, a partire dal sistema educativo.
La grande responsabilità della sinistra negli anni passati sta proprio nell"averla messa in ombra, preferendo la società assistita del “tutti eguali” a quella del rischio e dell"innovazione che premiano. E" su questo che si è approfondita la distanza tra noi e gli altri Paesi europei : abbiamo statisticamente il minor numero di laureati – sfornati da università falsamente competitive – che poi non riescono a trovare lavoro. Le vittime di una formazione scolastica che va avanti per inerzia sono proprio le classi subalterne a cui viene impedito di emergere per i propri meriti, non certo coloro che in qualche modo possono contare su rendite finanziarie o professionali o di nicchia.
In più è intervenuta l"esperienza del governo Berlusconi che ha esasperato gli egoismi (arricchitevi e moltiplicatevi, non importa come...), intaccando i legami sociali e creando isole separate le une dalle altre.
I mali vengono da lontano. Come uscirne ? Liberalizzando sì, ma non basta se si trascura la meritocrazia che va coniugata con la necessaria responsabilità sociale verso le categorie più disagiate e vulnerabili.
In tempi di globalizzazione è proprio irrealizzabile la convergenza su tali temi di una destra moderna e di una sinistra che vada oltre l"aura “liberal” di cui ora si ammanta, per fare i conti con se stessa e con gli errori passati?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario