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Verso il 2013

Le colpe del Cav e quelle degli altri

Berlusconi, un disastroso ritorno "annunciato" che ha molti responsabili e un solo antidoto

di Enrico Cisnetto - 09 dicembre 2012

Come volevasi dimostrare. Sono stato uno dei pochissimi a non credere al ritiro, anche parziale, di Silvio Berlusconi e i lettori di Liberal sanno che l’ho scritto in tempi non sospetti, fin dal momento in cui, poco più di un anno fa, il Cavaliere è stato costretto a lasciare palazzo Chigi sotto l’urto della speculazione sui mercati contro i titoli del nostro debito e per il pollice verso dei partner dell’eurogruppo e degli Stati Uniti. Ed ecco che puntualmente Berlusconi rispunta fuori dal guscio dove si era riparato e spiazza tutti coloro – dai sodali di partito che lo avevano abbandonato agli avversari che lo avevano sottovalutato – che troppo presto lo avevano dato per morto (politicamente). Verrebbe da dire peggio per loro, se non fosse che la sortita – purtroppo – è peggio per noi. Già, perché il ritorno di Silvio – o meglio, la conferma che non se n’era mai andato – fa ripiombare la politica italiana nel pieno della Seconda Repubblica, cioè di quel sistema politico basato sul bipolarismo armato che è l’esatto contrario della governabilità. Non che la Terza fosse ancora all’orizzonte, nonostante che il valore principale del governo Monti risiedesse proprio nel rappresentare la discontinuità rispetto al governo Berlusconi e più in generale al vecchio bipolarismo. Ma, certo, il ritorno allo schema “berlusconismo-antiberlusconismo” – tanto più dirompente in quanto (colpevolmente) non previsto – è fattore drammaticamente destabilizzante. E non tanto per i tempi eventualmente accorciati con cui si andrà al voto – anche qui, mettere in conto il ritorno di Berlusconi avrebbe potuto indurre ad una tattica diversa sul quando mettere fine alla legislatura – e nemmeno per le conseguenze immediate che il “colpo di scena” può provocare (spread, agitazione delle cancellerie europee e di Washington), quanto per la netta inversione di tendenza che rischia di innescarsi nella politica italiana.

Ed essendo, questo, un dramma annunciato, la responsabilità per le disastrose conseguenze che genererà – sia chiaro questo, perché il tribunale della storia ne chiederà presto conto – non risiede solo nell’egoismo senile di un quasi ottuagenario che tenta disperatamente di tenersi vivo e di difendere i suoi interessi privati, ma è cosa condivisa con molti altri. In primis, naturalmente, i pidiellini incapaci di sottrarsi alla presa del “padrone”. E sono tanti, a quanto sembra di vedere sulle prime, a cominciare da quelli che, prima in privato e poi sempre di più anche in pubblico, avevano manifestato il loro gradimento alla “fine di Berlusconi”. Con qualche buona eccezione, cui al momento manca però un leader capace di portare fino alle estreme conseguenze il dissenso e dare ad esso uno sbocco politico concreto. Ma sarebbe troppo facile prendersela solo con Alfano e gli altri pavidi reggicoda, specie se, come nel mio caso, su costoro non si è mai fatto, neanche nel passato, il benché minimo affidamento.

No, i responsabili stanno anche e soprattutto a sinistra, al centro e nel governo “tecnico”, cioè in tutti coloro che avevano buone ragioni, anche egoistiche, per creare le condizioni politiche che rendessero non dico impossibile, ma certamente meno probabile e comunque molto meno significativo, il ritorno del Cavaliere. Partiamo dal Pd. Caro Bersani, ma come hai fatto a non capire che il percorso di progressivo distacco del tuo partito, e tuo in particolare, dallo schema della “grande coalizione” a quello della contrapposizione bipolare, avrebbe spalancato le porte al ritorno del “grande nemico”? E come non intuire che quel tambureggiare, complici le inutili primarie, sulla sinistra che ha già vinto e già si sente al governo gli avrebbe consentito di rispolverare lo slogan de “uniti per evitare che i comunisti prendano il potere”, che sarà vecchio ma in Italia paga sempre? E, ancora come non ragionare sul fatto che al di là del risultato – è ovvio che Berlusconi non potrà sovvertire i pronostici – il vero problema risiede proprio nel riproporre al Paese una contrapposizione che può solo fare danno così come lo ha fatto per vent’anni? No, Bersani, quel tuo “torna lui? Bene, non vedo l’ora di combattere” è proprio una bestialità, che sottende una visione distorta (paradossalmente, berlusconiana) della dinamica politica.

E tu, caro Renzi, che invece di approfittare della straordinaria popolarità che ti è capitato di avere per uscire dal Pd e metterti al centro del ring proprio per evitare il ritorno del vecchio bipolarismo ti sei illuso che fossero davvero le primarie il passaggio decisivo della politica italiana, non credere di avere meno responsabilità del tuo avversario di partito. Hai preferito capitalizzare il consenso pensando – egoisticamente – che la tua giovane età ti avrebbe consentito di giocarti una partita successiva, ma ora il ritorno alla Seconda Repubblica e il disastro che ciò procurerà rischia di scompaginare le carte. Responsabile è anche il centro, questo esistente e quello potenziale, che ha aspettato troppo a organizzarsi per il deplorevole motivo che ha prevalso il tatticismo tipico delle situazioni con troppi galli (o presunti tali) nel pollaio. E in questo centro – inteso come antidoto al bipolarismo – c’è anche Monti e quei ministri del suo governo che ambiscono al “dopo”, che hanno commesso l’errore di temporeggiare perché vittime del ricatto che loro stessi hanno contribuito a creare, quello del “finché siamo al governo, essendo tecnici, non possiamo fare politica”. Errore madornale, e doppio: perché era loro interesse togliersi di dosso la marchiatura di “tecnici”, e perché era nell’interesse del Paese, proprio per scongiurare salti all’indietro, fissare l’impegno anche per la prossima legislatura (scendendo in campo, non aspettando che gli altri perdessero per fare il Monti-bis).

Ed è proprio questa l’unica chance che ci rimane per tentare di bloccare questo maledetto salto della quaglia che la politica sta per fare: che Monti si candidi apertamente. Gli ho scritto una lettera aperta in questo senso un paio di settimane fa, torno a pregarlo: metta da parte prudenze e riserve, e si metta al servizio del Paese per evitare che le prossime elezioni anziché essere, come speravamo, l’inizio della Terza Repubblica, siano l’inizio della fine.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario