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L’Italia degli scandali, fregata dai telefonini

Le chiameremo: inchieste su Calciopoli

Dopo i partiti, le banche e i furbetti del quartierino, ora tocca al pallone

di Alessandro Marchetti - 17 maggio 2006

Habemus Commissarium.
Quando Guido Rossi è stato chiamato ad assumere la responsabilità della Figc, forse non si sarebbe mai aspettato, dopo trent’anni onorati fra società e banche in crisi, di dover commissariare anche il calcio italiano. Eppure nel suo futuro professionale, ci sarà proprio questo.
Dunque lo sforzo, per il commissario straordinario, sarà anche quello di ricordare com’era il calcio ai suoi tempi: ricordo romantico che in questi giorni ha fatto da cuccia, da comodo rifugio per le tante anime belle che hanno ribadito come certe cose con Agnelli, Rizzoli e Angelo Moratti non succedevano. Niente di più sciocco.
Certo è che ogni italiano di buon senso, tifoso e amante del calcio, in questo momento si senta tradito e preso in giro dai contorni dell’ennesimo scandalo italiano.
E dunque, tanto per procedere per certezze, le vicende che in queste ore prendono corpo attorno ai più importanti dirigenti del calcio italiano affonda in quanto di più triste il nostro Paese possa esprimere.
Detto questo trovo più importante trarre dalle vicende che, come un fiume carsico, stanno riemergendo con le indagini delle Procure travolgendo a vario titolo e in modo diverso tutti i protagonisti del pianeta calcio, una nota a margine.
Fra i dati certi, pochi per i garantisti puri, e quelli ipotizzabili emersi fino ad ora sullo scandalo delle designazioni arbitrali, prende forma un importante, quanto triste, fenomeno di costume; e cioè che per i telefoni cellulari sembrino passare inesorabilmente fortune e disgrazie degli italiani. Quell’oggetto di culto che, dati Istat alla mano, accompagna da anni l’immagine dei nostri connazionali all’estero, potrebbe ben esportare nel mondo il meglio e il peggio della società italiana. Ora forse meglio ancora della pizza e della mafia. Da simbolo del benessere nazionale a micidiale strumento di reato. Non ce ne voglia il Caimano nostrano.
C’è da dire che accostarsi a questi temi proprio agli albori dell’ennesimo scandalo da intercettazione, rischia di essere il più ovvio omaggio al qualunquismo. Tuttavia è difficile non riconoscere nella stagione in corso un periodo drammatico per larghe fasce della classe dirigente italiana, dal calcio alla finanza passando per la politica.
E se la memoria fresca di ogni studente o casalinga ricorda più di una maxi-inchiesta negli ultimi dodici mesi, è anche perché c’è di mezzo la nostra privacy. O almeno, quella che passa attraverso i telefonini. E’ forse un caso il fatto che quasi tutte le indagini della magistratura salite ad onor di cronaca, per il caso Fazio come per le operazioni di scalata di Ricucci e soci, partano da intercettazioni telefoniche? Ed è lecito affidarsi sistematicamente e senza scrupoli a vere e proprie invasioni della privacy altrui per indagare su presunti reati? Ecco allora la vera questione, fastidiosa e complicata per chi ha fama di garantista in Italia. E dico fama non a caso, poiché come molti si saranno accorti in queste ore tiene banco uno dei classici del cerchiobottismo italiano: il concorso “Chi vuol essere garantista” promosso presso i migliaia di salotti, processi alla tappa, bar e tribune d’Italia. Una gara disgustosa ed ipocrita ad affibbiarsi la patente di garantista, per poi poter sparare al di sopra di ogni sospetto. Dunque con rispetto parlando.
Quindi preso atto dell’abuso sistematico del concetto, per evitare di essere fraintesi converrà stavolta non dichiararsi tale; detto questo però la questione resta.
Quanta libertà, e sicurezza, individuale possiamo realmente derogare in favore della magistratura inquirente, a finchè sia fatta luce su questa o quell’inchiesta. Questo è il dilemma che, a mio avviso dovrebbe porsi ogni cittadino critico e cosciente e a cui qualche risposta potrebbe dare la stessa Autorità Garante, se pur la legislazione in materia rimane competenza del Parlamento.
Una riflessione che sembra inevitabile oggi come oggi, con le complesse dinamiche globali che attraverso Internet, i telefoni e molto altro stanno mettendo in crisi il concetto di privacy.
Anche di questo siamo sicuri debba farsi carico la Politica, esprimendo una proposta di sistema relativa all’uso delle intercettazioni.
Certo non basterebbe a dimenticare la lunga stagione di veleni e scandali che il nostro Paese si trascina dietro da quindici anni a questa parte, quasi gettai sulle spalle dalla storia: è un fatto che a partire proprio da Tangentopoli il nostro Paese viva periodicamente fenomeni di indignazione e risentimento collettivo in seguito a violente rivelazioni, vasi traboccanti o addirittura reati intercettati quotidianamente. Quello strano quanto unico momento di sdegno nazionale che tutto il mondo ci invidia e che spesso ci costringe ad azzerare il sistema, per poi ricostruire tutto; quello che automaticamente assegna alle Procure il cosiddetto lavoro sporco, e che in qualsiasi altro paese sarebbe nientemeno che l’applicazione della legge. Da noi no.
Gli show down di sistema a cui siamo purtroppo abituati sono spesso preceduti da veri e propri processi politici, morali, sociali e di costume, quasi sempre sommari. Con conseguenze che sappiamo per accusati e indagati. Magistrati costretti a diventare degli eroi, magari pervasi da ondate di vanitas (come i latini chiamavano la sensazione di chi sale improvvisamente alla ribalta) e da furiosi istinti moralizzatori. Questi saranno probabilmente gli ingredienti della già ribattezzata Calciopoli: ennesima inchiesta che gli italiani si apprestano a vivere, magari con un occhio sui Campionati del Mondo in cui la nazionale di calcio è impegnata.
Il risultato peggiore, se è possibile senza scendere nella retorica, rimane proprio lo scollamento e la disillusione della società civile verso i palazzi e la classe dirigente; la gente comune che come qualcuno ha detto si è vista confermare tutte le chiacchiere da bar, e che forse non andrà più allo stadio. Se è così però, dopo l’antipolitica Dio ci salvi dall’anticalcio.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario