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Tra Irpef e Iva

Le briciole di Renzi sul cuneo fiscale

Sindacati e industriali litigano per accaparrarsi i tagli annunciati dal Governo. Ma il Paese ha bisogno di uno choc ben superiore

di Enrico Cisnetto - 09 marzo 2014

Ci risiamo, torna la “guerra dei poveri”. Il governo Renzi, in forme poco consone ma soprattutto senza dire con quali risorse (non basta evocare genericamente la miracolosa spending review) fa capire che intende mettere in campo una manovra di riduzione fiscale da una decina di miliardi – tra l’altro proprio l’Europa ci bacchetta e si parla espressamente di un “buco” di bilancio lasciato in eredità dal governo Letta – ed ecco che ciascuno, anche nell’esecutivo, spara le sue preferenze su chi dovrebbero esserne i beneficiari.

“Tagli solo sull’Irpef”, anticipa la stampa, costringendo palazzo Chigi a dire che si tratta di “un’ipotesi”. “Bene, privilegiamo i lavoratori”, rincalzano i sindacati e gli artigiani (Cgia di Mestre), partendo dal presupposto che solo con una ripresa dei consumi delle famiglie si può ridar fiato alle attività che vivono dei consumi del territorio in cui operano. “Facciamo fifty-fifty”, è la scelta salomonica di Confcommercio. “Dateceli tutti a noi”, dicono gli industriali.

Ma ciò che più conta sono gli orientamenti dentro il governo. Così mentre si parla di un Renzi orientato a tagliare il cuneo fiscale solo a favore dei lavoratori dipendenti, Morando e Calenda, viceministri di Economia e Sviluppo Economico, sostengono la tesi opposta: concentrare tutte le risorse disponibili sul taglio dell’Irap per rimettere in moto crescita e occupazione. Insomma, una babele.

Allora? Fermo restando che se proprio si deve decidere tra Irpef e Irap, hanno ragione Morando e Calenda, in tutti i casi l’impostazione è sbagliata a monte. Sono pronto a scommettere, infatti, che se quei 10 miliardi si trasformassero per le fasce di reddito al di sotto dei 25 mila euro in circa 875 euro netti in più all’anno, l’80% di quel denaro sarebbe risparmiato dai percettori, non andando ad alimentare, se non in misura marginale, i consumi e quindi l’economia. Ma allo stesso modo, credo proprio che solo una parte, comunque non più della metà, di quelle risorse si trasformerebbero in investimenti se invece andassero i vantaggi fossero riservati alle imprese. Perché la crisi è così grave – nel suo essere un mix di fragilità reali e di sfiducia collettiva – che i consumi e gli investimenti non riprendono a fronte di manovre del genere. Primo perché se, come stima la Cgia, il cuneo fiscale ammonta a 296,4 miliardi (il 54,47% a carico degli imprenditori e il restante 45,53% a carico dei lavoratori dipendenti), un intervento da 10 miliardi rappresenterebbe un misero 3,4% del totale. Una cifra allo stesso tempo capace di creare problemi al bilancio dello Stato – già nel mirino di Bruxelles – e di non essere neanche lontanamente sufficiente ad aiutare la ripresa. In secondo luogo, perché psicologicamente il Paese ha bisogno di ben altri choc per recuperare la voragine aperta dalla recessione degli ultimi anni sia nella ricchezza prodotta che nella capacità produttiva.

Serve, insomma, un piano Marshall di finanza straordinaria – che metta in gioco il patrimonio pubblico e chieda il soccorso di quello privato (senza intenti punitivi, anzi) – e di rilancio dell’industria e del terziario, sulla base di un ripensato modello di sviluppo. L’unico strumento capace di convincere l’Europa che fare 2,9% o 3,1% di deficit-pil non ha grande importanza. Il che rende un po’ penoso osservare la corsa a questi miseri 10 miliardi che neppure sappiamo da dove tirar fuori.

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