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Il vero problema è politico, non militare

Le armi e i caduti

Siamo impegnati in una missione di pace, al servizio dell’Italia, fatta per una giusta causa e per nobili motivi

di Davide Giacalone - 12 ottobre 2010

Il problema non è militare, ma politico. La questione non è se mettere le bombe a bordo dei nostri aerei, ma perché sganciarle e in quale conto mettere i morti civili che provocherebbero (e che già ci sono, ovviamente, perché gli aerei dei nostri alleati sono armati e operativi, fin dal principio). La missione in Afghanistan è giusta.

Ritirarsi non è fra le opzioni disponibili. Ma si ha il dovere di parlarne, perché è anche l’occasione per un’importante crescita, civile, politica e diplomatica, dell’Italia intera. Lo dobbiamo ai caduti. Lo dobbiamo ancora di più a chi è ancora lì, a rischiare la vita.

Siamo impegnati in una missione di pace, decisa da organismi internazionali e partecipando di una forza multinazionale, ma solo gli stupidi possono credere che sia anche pacifica. Mandiamo i militari, e non le infermiere o le dame di carità, perché la pace sarà conquistata quando saranno sconfitti, armi alla mano, i suoi nemici. Qualche estremista cieco osa sostenere che le nostre sarebbero truppe d’occupazione, quando, al contrario, sono forze di liberazione.

I talebani, però, non sono marziani, sono anch’essi figli del loro popolo, hanno tessuto una fitta rete di cointeressenze, che vanno dal fondamentalismo religioso, con ramificazioni in altri Paesi, alla coltivazione e commercio di droga. Se fosse possibile isolarli dalla popolazione civile sarebbe facile combatterli e cancellarli, ma non è così. E qui nascono i problemi.

Nelle zone che noi controlliamo gli abitanti passano dal consenso all’entusiasmo, ma in quelle che proviamo a conquistare i civili perdono la vita colpiti nella guerra che conduciamo. In una condizione di questo tipo il tempo diventa un fattore determinante: meno ne passa meno i civili fuori dal controllo occidentale vivranno nello strazio, e meno le opinioni pubbliche dei Paesi occidentali dovranno fare il conto dei morti e dei soldi spesi per una guerra geograficamente lontana.

Se si procede a passo d’uomo diminuiscono i morti civili e aumentano quelli militari, come i nostri soldati, uccisi non in azioni di guerra, ma da attentati terroristici nel mentre si spostano. Se si procede dall’alto, bombardando, si accelera la pratica, ma si ammette l’orrore dei morti innocenti. Non è una storia nuova: molti italiani persero la vita sotto i bombardamenti americani, che fortunatamente ci furono e vinsero.

Quello che non si può fare, quel che porta solo morti e inutili dolori, è procedere all’occupazione di territori annunciando già la data del ritiro internazionale, affermando che il governo afgano saprà fare da solo. Errore, perché il governo è corrotto e debole, mentre i talebani contano i giorni, pronti a riprendersi tutto, ingannando l’attesa con il massacro dei nostri militari.

Una mano armata può essere temuta, ma una mano armata e tremula è solo suicida. E noi, purtroppo, ci stiamo avvicinando a quella condizione, indotta da una presidenza americana divenuta confusa e debole: da una parte aumenta la forza militare, dall’altra depotenzia la ragione politica dell’uso delle armi. Aggiungo una considerazione consapevolmente cinica: in epoca di crisi economica, con i propri debiti collocati in mani non amiche, è un errore che può avere conseguenze tragicamente epocali.

Noi italiani ci siamo comportati in modo egregio. Anche l’opposizione politica (grazie alla fine della guerra fredda e di un partito comunista finanziato dai nostri nemici) s’è comportata bene. Lasciate perdere i dipietristi e i cascami ideologici della sinistra, quelli sono tutti antioccidentali: chi per scelta e chi per zotica natura. Forti del servizio reso alla comunità internazionale abbiamo il diritto di porre agli alleati il problema politico. Non possiamo perdere, non possiamo andarcene (fu quello l’errore del Viet Nam), neanche possiamo star lì senza una prospettiva d’equilibrio che riguardi l’intera regione. E questa è materia politica, non militare. E’ un’occasione di crescita, per la nostra politica estera.

Nel frattempo è cresciuta la nostra vita civile. Nella compostezza e nella dignità delle famiglie dei caduti, nel loro dolore inconsolabile ma non urlato, c’è l’orgoglio di una missione al servizio dell’Italia, fatta per una giusta causa e per nobili motivi. Ho ricevuto messaggi dei familiari dei nostri militari, che contengono paura, ma anche orgoglio.

Ne ho ricevuto uno di un ragazzino, che ha il padre in Afghanistan e se ne dice orgoglioso, perché il papà sta facendo il bene degli altri (e quel padre può ben essere orgoglioso del figlio).

Chi continua a dire che quei ragazzi vanno solo perché le missioni portano più soldi non merita gran considerazione, mentre la consapevolezza con cui è vissuto il lutto nazionale è segno di una comunità nazionale la cui superficie è stata a lungo solcata da fratture ideologiche, ma la cui natura profonda è consapevole di sé.

Quando, fra qualche mese, salirà il livello della retorica per i 150 anni di unità, cerchiamo d’evitare che sommerga quel che di prezioso quell’unità ha prodotto, compresa l’eccellente figura che i nostri militari fanno nel mondo.

Pubblicato da Libero

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