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La tentazione a volare alto sul PDL

Le ambizioni del Fini futurista

Una linea costituzionale e laica di difficile attuazione

di Elio Di Caprio - 24 marzo 2009

Andare oltre il polo ( della libertà), oltre il Partito della Libertà e domani, perché no, oltre Berlusconi sembra essere la sfida futurista di Gianfranco Fini che non si accontenta più di tirare dalla sua parte i militanti dell’ex AN, ma l’intero popolo della destra per farne il Partito della Nazione. E’ questo l’intento ecumenico, per ora velleitario, del Presidente del Parlamento che ha ben capito quanto sia importante, per raggiungere il suo scopo strategico, rifondare l’intero sistema politico italiano con un processo di riforme costituzionali condivise anche dall’attuale opposizione. Ma come arrivare all’obiettivo dopo tanti tentativi falliti? Non basta schierarsi contro il pensiero unico del PDL e trasformare l’immagine del centro destra, come vorrebbe Fini, rendendolo più attento ad un programma di serio cambiamento che agli spot ed ai sondaggi. Ma poi chi limiterà le battute uniche e gli spot unici del Cavaliere? Non certo il futuro Consiglio di Presidenza del nuovo partito, quasi un Gran Consiglio che si riunirà per le decisioni più importanti attorno al Capo carismatico cui spetterà pur sempre l’ultima parola.

Quello di Fini non è neppure un programma sotto traccia perché riguarda una forma di semi presidenzialismo bilanciato da un Parlamento più efficiente con numero ridotto di parlamentari, due camere distinte con compiti e funzioni diverse, di cui una dovrebbe rappresentare le autonomie territoriali. Se poi dobbiamo dar retta a quanto promesso dal coordinatore La Russa nel suo intervento alle ultime assise di AN, l’abolizione delle province sarà richiesta a gran voce come uno degli elementi qualificanti dell’azione riformatrice del governo. Tutti propositi e programmi attesi alla prova della verità.

Già Umberto Bossi, l’altro contraente della coalizione di governo, ha messo ( forse per ragioni di concorrenza) le mani avanti parlando con scetticismo di un partito, quello del PDL, che non si crea con una cena tra i leaders specie quando ci sono dei militanti di base ( quelli di AN?) che hanno speso una vita e magari sono finiti in galera per un ideale. Una sollecitazione o una provocazione per i traghettati nella nuova formazione, nel gioco infinito delle tattiche di cui è maestro il leader della Lega? Il compito più impervio se lo è assunto per il momento Gianfranco Fini che non poteva non prendere le distanze dalle vacue polemiche sulla sua posizione di co-leader o successore del leader di centrodestra: appare infatti piuttosto spericolato che i suoi principali collaboratori abbiano parlato di Fini come uno dei soci fondatori del PDL, tanto per dargli appunto una funzione fondante, quando tutti ricordano come egli ridicolizzò l’iniziativa del Cavaliere di annunciare la nascita del nuovo partito dal predellino di una Mercedes senza aver consultato alcuno dei suoi possibili alleati, poi invitati seccamente ad aderire o a lasciare.

Va ora di moda – una nuova retorica di cui non si sentiva il bisogno- invocare la moda futurista o lo stile futurista a proposito e a sproposito. Si è voluto vedere persino nell’annuncio del predellino una scapigliata e irridente mossa futurista con conseguenze “rivoluzionarie”. Ma la vera scossa “futurista” oltre il 2000 l’ha data- o almeno pretende di darla a parole- il Presidente della Camera, quando ha invitato i suoi e, perché no, anche il popolo di Forza Italia a prefigurarsi l’Italia come sarà tra 15-20 anni e a prepararsi al cambiamento di epoca con le carte in ordine, con le riforme necessarie, con una visione dei problemi meno angusta, comunque più laica ed includente rispetto a certe tentazioni integraliste della Lega e della destra dura e pura.

Sembrerebbe- e forse lo è- un avvertimento a futura memoria che non bastano il populismo e il carisma di Berlusconi a governare il cambiamento. L’obbiettiva rivalità tra Berlusconi e Fini non è solo dovuta alle differenze antropologiche e di percorso tra i due che inducono la sinistra, anche quella radical chic, a puntare le sue speranze sul Presidente della Camera per uscire da quello che sembra un orizzonte chiuso, chissà per quanto tempo, della destra trionfante. E’rivelatore a questo proposito la quasi reverente considerazione che Eugenio Scalari su Repubblica riserva a Gianfranco Fini invitato a non disperdersi nel magma indistinto di Forza Italia.

Scalfari lo invita a riscoprire lo Stato come depositario di un disegno-Paese e di un certo grado di eticità, la Costituzione come garanzia del pluralismo, il presidenzialismo contro le spinte centrifughe, l’economia mista dello Stato regolatore che non disdegna, se ce n’è bisogno, di intervenire direttamente come operatore di ultima istanza. Sembra un programma di destra, ora avallato da sinistra, però senza Berlusconi. Ma dove andrà mai a finire la linea costituzionale e laica di Fini fino a quando sarà ospite del PDL, si chiede Scalfari? Se lo domanda lui, ma forse se lo domandano altri analisti e persino lo stesso Presidente della Camera.

Si capirà qualcosa di più tra una settimana quando il Cavaliere metterà il suggello finale ad un partito al 40% dei suffragi nato più per sua volontà che per consenso convinto dei suoi ex alleati. Certamente il premier non volerà alto, oltre il PDL, come pretende di fare ora Gianfranco Fini da una posizione istituzionale più defilata, quale Presidente della Camera. Ma sarebbe già moltissimo se, restando con i piedi per terra, accettasse e si impegnasse per una riforma costituzionale complessiva cominciando dall’abolizione delle province. Non è il PDL il partito del fare?

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