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Ora bisogna collegare laboratori e imprese

Lazio esempio per l’innovazione

E’ la regione dove si spende di più in ricerca. E può diventare un modello per l’Italia.

di Enrico Cisnetto - 16 gennaio 2007

Se l’Italia fosse solo Roma e il Lazio, il nostro sarebbe un Paese all’avanguardia nella ricerca e nelle tecnologie avanzate. Che la Capitale e la sua regione fossero più avanti della Lombardia e del mitico Nord-Est, è una sorpresa soltanto per chi ha i paraocchi: da tempo, infatti, l’economia romana ha superato lo status di dipendenza dalla politica e dalla pubblica amministrazione per diventare un fenomeno a sé stante, fortemente orientato sui business del futuro. Tanto che ormai da un paio di anni il pil della sola Roma cresce a un ritmo doppio rispetto a quello nazionale.

Non stupisce, quindi, che oggi in questo territorio si investa il 40% in più della media italiana in innovazione: basta vedere il numero di imprese impegnate nel terziario avanzato e nelle nuove tecnologie – di cui la Tiburtina Valley è solo la punta di diamante – o nel chimico/farmaceutico – nel solo Lazio sono concentrati il 20% degli addetti del settore dei principi chimici attivi – basta contare il numero delle multinazionali che hanno scelto la Capitale o il suo hinterland, magari lasciando il Nord ingolfato e poco attraente per gli addetti più qualificati, per rendersi conto che quella mutazione di pelle di cui ha urgente bisogno il capitalismo nostrano per tenere il passo degli altri paesi, nel Lazio è già iniziato da tempo. Il caso Finmeccanica, da questo punto di vista, è emblematico: una volta pronunciando il suo nome il pensiero sarebbe corso a Genova e, in parte, a Napoli, oggi si pensa a Roma, e non solo per la sede della holding. Oggi, però, tutto questo non basta. Se è vero che il 51,4% della ricerca pubblica nazionale viene effettuata nel Lazio, è altrettanto vero che un patrimonio di conoscenza unico nel panorama nazionale come questo va ancora più valorizzato. Come? Per esempio, favorendo la “messa a sistema” di risorse e soggetti, cioè promuovendo la cooperazione e l’interazione tra i diversi attori operanti nel territorio regionale, per realizzare un collegamento stabile tra mondo della ricerca, mondo della produzione di beni e di servizi, mondo del credito.

Per far sì che il circolo virtuoso oggi innescatosi spontaneamente ora venga alimentato il più possibile, affinché non venga meno alla prima difficoltà congiunturale. E in più c’è bisogno di istituzioni che sappiano investire, in primo luogo sulla formazione. Ieri il sindaco Veltroni alla presentazione del Festival delle Scienze ha fatto sapere che il Comune ha previsto borse di studio per incentivare l’iscrizione delle studentesse alle facoltà scientifiche. Un gesto importante, che tenta di fermare quella che a livello nazionale è una vera propria catastrofe: l’emorragia di iscritti alle facoltà tecnico-scientifiche, il deficit più grave di cui soffre il nostro sistema d’istruzione. Mentre 30 anni fa i corsi in campo sanitario raccoglievano circa un quinto degli universitari, oggi il peso degli aspiranti medici si riduce al 7% della popolazione studentesca. Anche le facoltà di matematica, chimica, fisica e geologia si sono svuotate, e l’intero scibile scientifico ha subito una variazione negativa di iscritti dalla seconda metà degli anni Settanta ad oggi del 20%. Con tutto quello che ne consegue per la competitività del nostro sistema produttivo, visto che quelli sono i settori che più contribuiscono alla formazione di lavoratori ad alto potenziale innovativo. Nel nostro Paese la quota dei laureati (12%) è la metà della media Ocse, e quella dei diplomati (37,5%) è di otto punti inferiore. Ce n’è abbastanza per comprendere che è questo il punto debole, su cui Roma e il Lazio debbono agire con una grande operazione, di comunicazione e di sostegno. Per diventare un vero modello per il resto d’Italia.

Pubblicato sul Messaggero del 16 gennaio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario