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Public Policy

Il valore collettivo dell’impresa privata

Lavoro: le strategie vincenti

Il possibile equilibrio tra precarietà, produttività e rilancio delle politiche salariali

di Marco Marazza - 31 ottobre 2007

Il sistema capitalistico italiano affonda le sue radici nel riconoscimento costituzionale della libertà dell’iniziativa economica privata (art. 41, primo comma, Cost.). L’impresa è libera nel senso che non può essere funzionalizzata alla soddisfazione di interessi diversi da quelli del suo titolare. Con la conseguenza che nessuno può sovrapporsi, nel merito, alla determinazione dell’imprenditore di avviare o cessare l’attività (ma anche di definire ed aggiornare il luogo, i contenuti ed il perimetro del ciclo produttivo). Ciò non di meno quella libertà non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana (art. 41, secondo comma, Cost.). Il compito di trovare un convincente punto di equilibrio nel definire i limiti esterni entro i quali l’iniziativa economica può svolgersi liberamente spetta alla politica. Ma pensare che ciò possa avvenire una volta per tutte è fuori dalla realtà. L’evoluzione della società e dei bisogni degli associati richiede infatti un continuo lavoro di aggiornamento ed affinamento che sappia declinare, nel tempo, i concetti di libertà di iniziativa economica, di utilità sociale, sicurezza, libertà e dignità umana.

Lo dimostra, più di ogni altra cosa, l’attuale dibattito sui problemi del mondo del lavoro. Dove a distanza di molti anni dallo storico compromesso rappresentato dallo Statuto dei diritti dei lavoratori (1970) tutti i protagonisti rivendicano, chi da una parte chi dall’altra, una speciale attenzione del legislatore. I lavoratori, oggi divisi in un pericoloso conflitto generazionale, chiedono di porre termine alla stagione della precarietà e di alzare i livelli dei salari. Le imprese invocano una maggiore produttiva. La coperta può sembrare corta, ma solo per chi non ha il coraggio di pensare, fuori da ogni retorica ideologica, soluzioni realmente innovative.

I diritti sanciti dalla nostra costituzione non possono essere collocati in un’ipotetica scala gerarchica nella quale alcuni sono destinati a prevalere ed altri a soccombere. Avendo pari dignità, perché tutti strumentali ad una determinata visione della società, quei diritti devono piuttosto essere contemperati in una logica di reciproci vantaggi e sacrifici. Ed in questa prospettiva è necessario focalizzare che la libertà di iniziativa economia, e quindi l’impresa, rappresenta un valore capace di contribuire al benessere collettivo (art. 2 Cost.) sia in termini di occupazione (più impresa più posti di lavoro) che di redistribuzione del reddito (più profitti, maggiori salari, più entrate fiscali). Ne deriva che se la Costituzione affida alla Repubblica il compito di tutelare il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni (art. 35 Cost.) ciò deve avvenire nel rispetto della libertà dell’iniziativa economia privata. Non diversamente da quando si dice, nella prospettiva opposta, che l’impresa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Quando si entra nel merito, sui contenuti del contemperamento dei diritti, occorre poi aggiungere che i valori costituzionali al di fuori del contesto storico di riferimento. Se il concetto di dignità umana ha registrato nel tempo un costante aggiornamento (basti pensare alle nuove categorie di danno biologico, esistenziale ed in generale alla più consapevole percezione dei beni immateriali dell’individuo) altrettanto può dirsi per il concetto di libertà di impresa. L’iniziativa economica privata è in concreto libera non solo perché l’individuo può liberamente disporre delle sue risorse economiche ma anche perché l’impresa, una volta avviata, è governata da regole che le consentono di competere, e quindi sopravvivere, nel mercato. In altri termini, il corretto bilanciamento dei valori costituzionali in giuoco postula l’accettazione dell’interesse antagonista come interesse comunque strumentale al bene collettivo ed anche un costante lavoro di aggiornamento sui contenuti.

Con questa chiave di lettura devono essere affrontati anche i problemi attuali del mondo del lavoro. Esemplificativamente rappresentati in una doppia (ed inusuale) coppia di interessi antagonistici. LAVORO (più salario) - CAPITALE (più produttività). LAVORO (tutelato) – LAVORO (non tutelato = precario). Ed è proprio questa la novità più significativa che emerge nell’inizio del nuovo secolo: l’evoluzione del tradizionale conflitto di classe in un conflitto anche interno al mondo del lavoro e prevalentemente di tipo generazionale. Alimentata da un’imposizione dei padri (più sindacalizzati, più pensionati, più garantiti) sui figli (meno sindacalizzati, meno pensionati, più precari) riconducibile ad una concatenazione più o meno consapevole di scelte e provvedimenti la cui lettura complessiva lascia pochi dubbi: nessuna modifica sullo statuto protettivo di coloro (i padri) che già erano nel mercato del lavoro; moltiplicazione delle tipologie contrattuali flessibili per i nuovi ingressi nel mercato del lavoro (i figli); largo utilizzo dei contratti meno garantiti (le collaborazione autonome) per l’acquisizione delle professionalità più basse e meno retribuite (i precari, di solito figli); sottrazione del trattamento di fine rapporto ai nuovi assunti (i figli); finanziamento delle pensioni degli infrasessantenni (i padri) con l’aumento della contribuzione dei collaboratori autonomi (i figli).

Possiamo anche fare finta che sia necessario continuare a qualificare il conflitto sociale nei tradizionali termini di puro conflitto di classe (lavoro-capitale). Sostenendo, ad esempio, che siano le imprese e la collettività a doversi far carico del gap di tutele tra padri e figli. Portando i secondi al livello dei primi. Ma il debito pubblico, con il quale i padri hanno costruiti i loro privilegi, rende difficilmente ipotizzabile un intervento delle casse statali. Ed in molti, sia a destra che a sinistra, cono convinti che le imprese (anche a livello europeo) non abbiano la competitività necessaria per sostenere questi maggiori oneri. Allora, se è vero che le imprese sono deboli e che la costituzione impone, tramite il riconoscimento della libertà di iniziativa economia, un contesto di regole capaci di sostenere la loro competitività nell’interesse collettivo, la soluzione del rebus deve essere cercata altrove.

In primo luogo una qualsiasi riforma deve ricondurre ad unità questa doppia coppia di interessi riproponendo, nei termini appropriati, il tradizionale conflitto di classe. Ciò è possibile solo introducendo efficaci meccanismi di riequilibrio. Tra lavoratori subordinati e lavoratori autonomi. Tra lavoratori con contratto a tempo indeterminato e lavoratori temporanei. Tra lavoratori che hanno la certezza di un efficace sistema pensionistico ed altri che temono per il loro futuro. E così via. Qualcuno deve avere e qualcuno deve dare. Ed il criterio più razionale per governare il riequilibrio non può che essere quello che fa riferimento alla effettiva debolezza dell’individuo nella società e nel mercato del lavoro. Destinando ai più deboli, non importa se padri o figli, un blocco di tutele essenzialmente unitario, governato in una logica prettamente collettiva ed adattato ad una forma contrattuale prevalente: il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Destinando invece agli altri (a partire dai dipendenti con funzioni direttive, non importa se padri o figli) un diverso e più moderno approccio culturale alle tutele del lavoro. Caratterizzato da un’accentuazione della libertà individuale rispetto alla garanzia collettiva. Dalla valorizzazione della competizione e delle differenze che ne derivano, dalla pluralità dei modelli contrattuali. Introducendo, progressivamente ed anche consensualmente, un concetto di flessibilità destinato, a questo punto, a non sconfinare nella precarietà. Proprio in ragione della diversa forza economica delle persone coinvolte. Ricondotti ad unità gli interessi del lavoro sarà poi più agevole confrontarli con quelli del capitale. Scambiando la maggiore produttività, pretesa dai dipendenti più forti, con l’atteso aumento – per tutti – dei livelli salari. In un contesto di regole coerentemente capaci di premiare l’imprenditore virtuoso, di scoraggiare l’impresa scarsamente competitiva e di punire l’impresa che non rispetta le regole.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario