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Disoccupazione da record

Lavoro difficile

Concentriamoci sulla recessione, piuttosto che su una riforma light del mercato del lavoro

di Enrico Cisnetto - 25 marzo 2012

Si avverte un evidente stridore tra le reazioni iper emotive (“si vogliono i licenziamenti facili”) suscitate dalla riforma del mercato del lavoro – che semmai può essere criticata perché troppo timida, ma che comunque merita di essere difesa – e i dati forniti ieri da Confindustria su quanto stia mordendo la recessione (-1% nel primo trimestre 2012), con la previsione di un ulteriore calo occupazionale. È paradossale che si discuta intorno al problema di come distinguere se la fine del rapporto di lavoro sia davvero per “motivi economici”, e se sia giusto che in questi casi al lavoratore spetti solo un indennizzo e non la possibilità di essere reintegrato da un giudice, quando sono migliaia i posti di lavoro che la crisi cancella in automatico, lo voglia o no l’impresa e il sindacato. Tuttavia, visto che la diffusa cecità comporta che questo sia il nocciolo della questione, allora sarà bene dirci quale pericolo davvero si celi dietro le nuove regole della cosiddetta “flessibilità in uscita”. Lo si evince facilmente scorrendo il parere rilasciato all’Ansa venerdì, quando ancora il consiglio dei ministri era in corso e non c’era un testo ufficiale della riforma, da parte di Rita Sanlorenzo, giudice del lavoro attualmente alla Corte d’appello di Torino con alle spalle un’esperienza ventennale e militanza in Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe. Dice il magistrato, che avrebbe come compito applicare con serenità le leggi in vigore e non commentare quelle in facimento: “la riforma dell’articolo 18 è di fatto l’avallo del licenziamento sostanzialmente arbitrario, un segnale forte alle imprese a sentirsi libere dai vincoli dell’articolo 41 della Costituzione, il cui significato viene stravolto”. Secondo il giudice Sanlorenzo “invece di sanzionare l’illegalità, la si incentiva”, tanto che “suona come una beffa sostenere che si combatte il precariato”, perchè questa scelta segna “l’abbandono della frontiera della difesa della dignità del lavoratore”. Mi domando: ma un’impresa che avesse una controversia con un dipendente può partire perdente in partenza perché viene giudicata da chi ha un simile pregiudizio? Vero che non tutti i giudici del lavoro hanno la stessa mentalità – peraltro Sanlorenzo dice che in lei “non c’é nulla di ideologico, è solo esperienza di giudice” – ma ci piacerebbe vedere una qualche reazione ad affermazioni di questo tenore. Se poi a questo si aggiungono i tempi biblici nello smaltimento delle cause – oggi ci vogliono ben 10 anni per sapere se un licenziamento é legittimo o meno – ecco perché preoccupa che la riforma confermi il ruolo centrale della magistratura. Il rischio, infatti, non è solo quello paventato dal sindacato – “si faranno passare come dovuti a ragioni economiche i licenziamenti discriminatori” – ma anche e soprattutto il suo contrario: far passare per discriminatorio un licenziamento economico. Finendo per alzare di molto la percentuale, oggi sotto il 10%, di cause basate sull’impugnazione dell’articolo 18. E peggio sarà se in Parlamento la mediazione politica spingerà ad una scelta tipicamente italiana: creare “commissioni di conciliazione” o, peggio, istituire la figura di un ombudsman. Altro che il “modello tedesco” tanto invocato (che però si basa sulla cogestione).

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