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Il Rapporto annuale dell’Istat

Lavoratori potenziali: cinque milioni

Un paese vecchio? E’ vero, ma ricco di gente che vorrebbe lavorare di più e meglio

di Donato Speroni - 25 maggio 2005

Il giorno successivo alla pubblicazione delle stime dell’Ocse che indicano una caduta senza precedenti della capacità del Paese di produrre ricchezza, l’Istat ci dice che in realtà il Paese avrebbe un “esercito di riserva” di oltre cinque milioni di potenziali lavoratori che non trovano collocazione adeguata sul mercato. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un sistema che non cresce pur avendo un potenziale importante di manodopera da impegnare.

Nel Rapporto annuale dell’Istat presentato oggi dal presidente Luigi Biggeri, vengono presentate alcune elaborazioni totalmente nuove sulla situazione del mercato del lavoro, a cominciare da una valutazione della sottoccupazione, cioè del numero di individui che dichiara di avere lavorato, indipendentemente dalla propria volontà, meno ore di quelle che avrebbero potuto e voluto fare. Inoltre, nell’ambito della popolazione inattiva, che cioè non cerca lavoro, è stata enucleata la cosiddetta “zona grigia” composta da persone propense a entrare nel mercato del lavoro al mutare delle condizioni. Sono tra questi i cosiddetti “scoraggiati”, la cui rinuncia a cercare un impiego, a causa per esempio di un peggioramento delle condizioni congiunturali, porta a una paradossale diminuzione del tasso di disoccupazione.

Proviamo a mettere insieme queste cifre, relative alla media 2004, pur consapevoli di tutte le differenze di qualità tra i diversi addendi:
  • i sottoccupati, che sono 992mila unità;
  • le persone in cerca di un’occupazione che sono un milione 960mila;
  • la “zona grigia” degli inattivi, valutata a due milioni 556 mila persone.

Sommandoli, si ricava appunto un insieme di cinque milioni 508mila lavoratori che non lavorano per nulla o che vorrebbero lavorare di più. Più di una persona su cinque tra quelle effettivamente o potenzialmente attive non lavora quanto vorrebbe.

Il rapporto Istat è ricchissimo di altri dati che ci consentono di delineare meglio la situazione di questo esercito di riserva. Il 57,5 per cento del totale dei disoccupati (qui parliamo dell’aggregato più ristretto delle “persone in cerca”, che però ci fornisce un utile spaccato della realtà) vive in contesti familiari critici, spesso con minori e/o anziani a carico. Nel 43,6% i disoccupati hanno un ruolo centrale nella famiglia e quasi un disoccupato su due cerca lavoro da almeno dodici mesi. Una situazione difficile, in un paese che alla grande maggioranza dei disoccupati (quelli che non provengono dalle grandi imprese sindacalmente protette) offre indennità totalmente inadeguate.

Il disagio giovanile sul mercato del lavoro è espresso da ulteriori cifre: l’aggregato più numeroso tra chi cerca lavoro è costituito dai figli (che cioè vivono ancora in famiglia con i genitori); i giovani tra i 25 e i 34 anni che restano in famiglia passano dal 25,8% del 1993 al 34,9% del 2003, mentre i loro coetanei che vivono in coppia con figli scendono dal 41,9 al 27,9%: un crollo disastroso della capacità e della volontà di “far famiglia” da giovani. E aumentano i giovani che attribuiscono alle difficoltà economiche il prolungamento della permanenza in famiglia.

Tra i laureati del 2001, quelli che hanno un’occupazione tre anni dopo la laurea sono solo il 47% (erano il 55,5% se si esamina il triennio 1998-2001) mentre ben il 34,8% sta continuando gli studi (in precedenza erano il 24,8%). Anche all’Istat si ammette che questa continuazione degli studi solo nella minoranza dei casi è dovuta a una effettiva specializzazione, mentre spesso è il frutto del mancato incontro tra ciò che la scuola offre e quello che richiede il mondo del lavoro, con conseguente faticosa riconversione.

I giornali in questi giorni sono pieni di ricette contro la crisi. Si dice anche che tra le cause strutturali c’è l’invecchiamento, insomma la “stanchezza” di un Paese che non fa figli e che perde la sua voglia di futuro. Sarà anche vero. Ricordiamoci però che in questo paese ci sono più di cinque milioni di persone che vorrebbero lavorare di più. E’ dovere del sistema pubblico prepararli e formarli. E’ compito degli imprenditori offrire loro nuove opportunità che servano anche a rendere l’Italia più ricca e più coesa.

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