ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • L'austerity ha fallito. E' ora di cambiare strada

Politica economica

L'austerity ha fallito. E' ora di cambiare strada

La politica europea di risanamento, per come è stata attuata ha creato un blocco della creazione di ricchezza, generando disoccupazione e mettendo in circolo i pericoloso germi della rivolta sociale.

di Enrico Cisnetto - 18 novembre 2012

“Moltiplicatore fiscale”. Segnatevi questo termine, che sta per valore numerico che indica quanto le manovre di riduzione del disavanzo incidono sul pil e quanto la decrescita del pil incide su deficit e debito, perché presto diventerà centrale nel dibattito politico in Europa. Mentre l’Italia traccia il bilancio di un anno di governo Monti con il solito bipolarismo degli eccessi – celebrazione acritica o condanna senza appello – ma dovendo constatare che tutti gli indicatori economici sono peggiorati, come dimostra la caduta dell’export finora unica barriera anti-recessione, l’Eurozona non riesce ad evitare il “double dip” e torna in recessione per la seconda volta dal 2009 e rischia un 2013 di stagnazione.

I Diciassette, che complessivamente viaggiano appena sotto lo zero, sono trascinati verso il basso non solo dai quattro moschettieri della recessione (Grecia, Portogallo, Italia e Spagna) ma anche dalla sorprendente (in senso negativo) Olanda, da una Germania che avendo il 40% del suo export verso il Sud Europa con i consumi a picco non può che frenare e da quella Francia che l’Economist indica come il vero malato della Ue, una bomba a orologeria pronta ad esplodere nel cuore del Vecchio Continente. Di fronte a questo disastro, non si potrà non prendere atto che la politica europea di risanamento – pur necessaria, sia chiaro – per come è stata attuata ha creato un blocco della creazione di ricchezza, generando disoccupazione e mettendo in circolo i pericoloso germi della rivolta sociale.

E qui verranno utili quei numeretti chiamati “moltiplicatori fiscali”. E ci si accorgerà che quello che l’Europa stimava sarebbe stato l’effetto negativo delle manovre di austerità – un moltiplicatore dell’ordine dello 0,5 – si è rivelato sbagliato per difetto in misura che va da 2 a 6 volte. Già, gli effetti sul pil sono compresi fra uno e tre, il che vuol dire una spirale che si può schematizzare così: “rigore sbagliato = recessione = rapporto deficit-pil e debito-pil aggravato”. E a sostenerlo non sono economisti di parte, ma il Fondo Monetario, che nel suo World Economic Outlook report stima che i valori dei moltiplicatori, dopo la crisi finanziaria planetaria, stiano fra 0,9 e 1,7 in tutto il mondo e che in Europa, a causa del razionamento del credito, siano più alti.

D’altra parte, il caso italiano è emblematico, come hanno dimostrato Giorgio La Malfa e Piergiorgio Gawronski in un prezioso saggio – teso a ricordare come Keynes tutto questo l’avesse già spiegato negli anni Trenta – che illustra, dati ufficiali alla mano, come la caduta del pil del 2,4% quest’anno e dello 0,6% prevista l’anno prossimo sia figlia (anche) delle politiche restrittive attuate in ossequio alla linea impressa dai paesi del Nord all’Europa. Facendo vedere come per effetto del caduta del denominatore, il rapporto deficit-pil è lontano dagli obiettivi prefissati. Se il moltiplicatore fosse 0,5 la manovra del “Salva Italia” (22,5 miliardi, 1,4% del pil) avrebbe avuto successo sul disavanzo con una perdita di sette decimi del pil, ma con un moltiplicatore tre volte tanto la stessa manovra riduce il deficit di solo 0,35% del pil e così per ottenere il rapporto deficit-pil desiderato si deve arrivare a 50 miliardi, procurando al pil una cduta del 6,5%. Noi non possiamo permettercelo, ma non credo che neppure per Germania e soprattutto Francia sia vantaggioso battere questa strada.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario