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L'editoriale di TerzaRepubblica

L'attacco al colle più alto

Dietro il caso Cancellieri un "tutti contro tutti" che mira ad abbattere il governo delle larghe intese

23 novembre 2013

Il “caso Cancellieri” è ormai diventato il “caso Letta-Napolitano”, e come tale non si è chiuso con il voto contrario alla mozione di sfiducia di stampo “manettaro” che doveva disarcionare il ministro della Giustizia. Diciamoci la verità: a chi ha montato e continua a montare la canea con la Cancellieri non frega nulla dei rapporti che il ministro e i suoi congiunti avevano con la famiglia Ligresti, e delle supposte bugie che il ministro avrebbe detto alla magistratura, al parlamento e alla stampa. Certo, la componente giustizialista c’è, e non solo a sinistra, e si muove contro la Cancellieri in quanto ministro della Giustizia, esattamente come aveva fatto nei confronti di Mastella e della sua famiglia. Ma i veri obiettivi di chi burattinisticamente muove i fili del “caso” sono altri: far cadere il governo per andare al più presto alle elezioni. E siccome sulla strada del ricorso anticipato alle urne c’è il Quirinale, ecco che i colpi di schioppo sono indirizzati anche – anzi, prima di tutto – verso Napolitano.

Letta, finalmente in versione “palle d’acciaio”, è stato bravo a smontare la manovra, mettendoci la faccia nel difendere l’accusata e chiarendo, specie al suo partito, che sfiduciare un ministro equivale a sfiduciare l’intero esecutivo. Sia chiaro, la vicenda mostra alcuni lati oscuri e fin da subito la strategia difensiva del ministro non è stata brillante. Ma è evidente che nel Paese più “relazionale” del mondo, si tratta di peccati veniali. I quali, per di più, non si sono tradotti – per esplicito giudizio della Procura e del vertici del sistema penitenziario – in atti contrari ai doveri d’ufficio. Quindi, in mancanza di atti giudiziari, era doveroso difendere il ministro. Se una volta tanto, anche a sinistra, si è stati garantisti, val la pena stappare una bottiglia di champagne. O addirittura due, visto che quella “ragion di Stato” evocata da Repubblica come motivo di indignazione per il coro giustizialista, rappresenta, al contrario, un buon motivo di compiacimento per chi, come noi, ha a cuore la difesa dello Stato di diritto e del diritto dello Stato ad essere tale.

Tuttavia, le pistole non sono tornate nelle fondine, e questo proprio perché l’obiettivo vero non era e non è la Cancellieri. Anzi, il caso rimarrà aperto, e altri simili se ne apriranno, fintanto che all’ordine del giorno dell’agenda politica (si fa per dire) s’inseriranno a forza i regolamenti di conto all’interno dei due poli del nostro fallito bipolarismo. Si tratta, si badi bene, di convulsioni che non riguardano solo gli assetti dei due partiti maggiori, o la sopravvivenza di alcuni uomini politici (Berlusconi, D’Alema) e la carriera futura di altri (Alfano, Letta, Renzi), con i relativi interessi economici ad essi collegati. No, qui c’è di mezzo soprattutto Palazzo Chigi e Quirinale, e con essi l’intero impianto istituzionale del Paese. Fatta la somma, la partita che si sta giocando assomiglia ad un confuso “tutti contro tutti”, dove ogni colpo è lecito. Il primo game è stata la spaccatura del Pdl, il secondo sarà la frantumazione del Pd. Ma proprio perché non ci sono regole né arbitri, e per di più le maglie dei giocatori si confondono, le azioni di gioco non sono affatto chiare. Per esempio, siamo proprio sicuri che quella consumata dentro il Pdl, e che ha portato alla rinascita di Forza Italia e alla nascita del Nuovo Centrodestra, sia stata una vera guerra? Alcuni sostengono di no, anzi si parla esplicitamente di “manfrina”, di “pateracchio”. Altri sostengono invece la tesi opposta, fino a immaginare che Alfano si alleerà presto con Casini e quelli di Scelta Civica che hanno seguito il ministro Mauro, per poi incontrare gli ex Margherita del Pd, con in testa Enrico Letta.

Noi crediamo che la verità stia nel mezzo: da un lato falchi e colombe se le sono date di santa ragione, e non certo per scena; dall’altro, Berlusconi e Alfano, con il concorso di alcuni fidati e un drappello di pontieri, hanno sancito un patto, i cui contorni emergeranno al momento opportuno. In fondo anche al Cavaliere conviene che il governo vada avanti – né avrebbe i numeri per farlo cadere – e gli fa assai comodo essere allo stesso tempo al governo e all’opposizione. Dunque…

Ugualmente in controluce va letta la vicenda in casa Pd. E appare opposta a quella del Pdl. Qui Letta e Renzi fanno finta di andare d’accordo, pur in presenza di piccole stilettate, mentre in realtà lo scontro è senza quartiere. Come dimostra l’uso spregiudicato della vicenda Cancellieri. In realtà il Pd non reggerà all’urto, e dopo la fine di questa incredibile sceneggiata delle primarie, se ne avrà evidenza. Anche perché la vicenda incrocia quel processo di delegittimazione della politica che magistratura e media stanno portando avanti da tempo, finendo per farne diventare il Pd autolesionisticamente subordinato. Il quale viene cavalcato da Renzi, senza capire che più si sputtana la politica e più le larghe intese – di cui Letta si è fatto interprete e il sindaco di Firenze nemico – sono indispensabili, perché alle prossime elezioni non vincerà di nuovo nessuno. Avete visto l’astensionismo che si è registrato alle regionali in Basilicata? È solo l’inizio.

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