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Dicesi "Italicum"

L'arroganza dei (pre)potenti

Riflessione sulla legge elettorale proposta da Renzi-Berlusconi

di Paolo Arsena - 27 gennaio 2014

Bisogna sottolineare che per chi scrive, la legge elettorale derivata dalla sentenza della Corte Costituzionale resta una soluzione ottimale, che introduce quei correttivi al Porcellum capaci di ridare al Paese un sistema proporzionale più equilibrato, senza la droga distorsiva del premio di maggioranza e con uno sbarramento ragionevole. Che poi questa legge favorisca una prospettiva di larghe e lunghe intese non è un dramma: il Paese ha bisogno di trovare accordi durevoli sulle cose da fare, di programmare strategie condivise di lungo respiro. Ci rimettono certamente le questioni più spinose, i temi caratterizzanti le varie fazioni, ma oggi l’Italia non ha bisogno di sbandierare slogan “di destra” o “di sinistra”, bensì l’urgenza di provvedere a esigenze irrinunciabili che non hanno colore: contenimento della spesa, eliminazione degli sprechi, semplificazione e abbattimento del peso fiscale, crescita dell’economia, rilancio dell’occupazione.

Ma premessa a parte, occorre entrare nel merito della legge elettorale proposta da Renzi e Berlusconi, evitando quanto più possibile le polemiche sul piano politico (l’ennesimo sdoganamento del Cavaliere), perché la possibilità di arrivare ad un accordo su un tema rimasto insoluto per lunghi anni, meriterebbe di essere guardata con favore a prescindere dalle simpatie o antipatie che possano suscitare i protagonisti dell’intesa.

Ebbene, il cosiddetto Italicum contiene, a parer nostro, un ottimo impianto generale e una pessima declinazione.
L’impianto si fonda su un sistema proporzionale che attribuisce i seggi su base nazionale. Non si tratta, dunque, di un sistema intrinsecamente costrittivo. Lo era ad esempio il maggioritario uninominale, che imponeva la divisione bipolare. Lo sarebbe stato il proporzionale spagnolo che, sulla base di collegi molto piccoli capaci di eleggere 4-5 candidati ciascuno, avrebbe premiato unicamente i grandi partiti.

L’impianto prevede inoltre un sistema di sbarramenti e un premio di maggioranza da assegnare eventualmente con un doppio turno. Elementi che, in via generale (si badi, in via generale), potrebbero favorire la governabilità senza compromettere la rappresentatività.

L’impianto prevede infine un buon compromesso sulla questione delle liste bloccate. Tra i listoni indifferenziati del Porcellum e le preferenze della Prima Repubblica (vera causa del voto di scambio, del clientelismo, della promozione dei potentati locali), qui si introducono liste brevi per ogni circoscrizione. Liste di nomi scelti sì dai partiti, ma riconoscibili dall’elettore, perché formate da un numero molto ristretto di candidati.
Dov’è che la proposta diventa pessima e pericolosa? Nei numeri.
Anzitutto nell’assegnazione del premio di maggioranza. Il 35% appare una soglia ancora troppo bassa per meritare un premio maggioritario (del 18-20%). Occorrerebbe innalzarla almeno al 38 se non al 40%, abbassando a non più di 15 il valore del premio. D’altronde la Consulta ha parlato chiaro in questo senso, e pare che gli estensori della proposta non ne abbiano tenuto conto a sufficienza.
Ma soprattutto la proposta diventa pericolosa e apparentemente insensata sull’entità degli sbarramenti. A parte il fatto che l’assegnazione di un premio di maggioranza introduce già di per sé degli sbarramenti effettivi (che si sommano a quelli nominali e li implementano), non è accettabile un criterio che ha come unico scopo la prospettiva di eliminare un buon 30-35% della rappresentanza attuale.
Quale deve essere la funzione di uno sbarramento? Naturalmente quella di impedire coalizioni troppo affollate ed eterogenee, dove un piccolo partito può condizionare la tenuta di un governo. È solo nel caso delle coalizioni di governo che la moltiplicazione dei partiti può risultare una disfunzione, dannosa per il Paese. Non lo è invece in assoluto, perché è pacifico e persino salutare per una democrazia che il parlamento possa rappresentare un più ampio spettro di forze politiche. Innocue se non governano.
Allora ha un senso prevedere un tetto alla rappresentanza dei partiti coalizzati. Ma non ha alcun senso inserirlo per partiti che si presentano da soli e che non si candidano a governare.
Invece qui (come nel Porcellum) il ragionamento è capovolto. Soglie del 4-5% per chi si presenta in coalizione (forse sarebbe più ragionevole un 3%). E soglia proibitiva dell’8% per chi si presenta da solo. L’obiettivo è chiaro nella sua efferatezza: obbligare tutti, piccoli e medi, a entrare giocoforza in una coalizione (scontando comunque uno sbarramento, sia pure decisamente inferiore). In altri termini, indurre ancora una volta al bipolarismo coatto.

Una legge dunque, dal volto buono e dall’animo molto cattivo. Migliorarla sarebbe facile, perché si tratta di modificare solo qualche numero. Ma spetta a partiti deboli e tra loro divisi. Ad oggi la storia ci insegna che l’arroganza dei prepotenti, da Prodi a Berlusconi, da Veltroni a Berlusconi, alla fine ha avuto la peggio. Sulla pelle del Paese, che ha scontato per molti anni un bipolarismo di governi inerti di destra o instabili di sinistra.
Stesso copione, con Renzi e Berlusconi?

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